Rileggiamo la storia del territorio alpino e del suo utilizzo

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Riprendiamo il discorso sulla pianificazione del territorio

Ripubblichiamo un testo che era stato pensato per riaprire la discussione su che cosa avrebbe dovuto essere un Piano cantonale sul territorio non edificabile ( cioè fuori dal perimetro dei piani regolatori dei comuni ), partendo proprio dalla constatazione di  che cosa è stato  fatto , spacciato ( con il PUC ) come pianificazione da parte del Dipartimento del Territorio. Lo facciamo qui per tornare a ragionare sulle prospettive future di questo tema, e per ribadire come , quanto è stato deciso, ha solo peggiorato le condizioni esistenti in precedenza, senza aver risolto alcuno dei problemi che erano emersi negli ultimi 30 anni.

abitante di Pontirone che pensa che sta succedendo a questo Paese ?

 

Ma quanto interessa alla “Politica” la pianificazione di un  territorio non edificabile ?

Il PUC  (Piano di utilizzazione cantonale ) non ha attirato l’attenzione dei partiti  ( durante l’ultima campagna elettrorale per le elezioni cantonali e poi quelle federali ), e ci si è limitati ad auspicare che Berna decida di  sbloccare i permessi per tornare a poter riattare “rustici” ,tutto  il resto interessando  veramente poco o nulla. Purtroppo “il resto” , cioè quanto è stato fatto per “pianificare”  quasi il 90% del territorio ticinese con il PUC, ha prodotto nel silenzio generale  un vero capolavoro di assurdità logiche , dove la riflessione sui problemi reali è stata latitante, sostituita dagli slogan ideologici privi di contenuti  che inneggiano alla protezione ambientale, alla valorizzazione dei resti  della civiltà contadina  ed all’ uso “sostenibile”  del territorio .Proviamo a riassumere i fatti per capire che cosa è realmente accaduto.

Più dell’80% del territorio ticinese è rappresentato da aree considerate “non edificabili”, situate in zone alpine o prealpine, che vanno dai 200 ai 3000 metri di altitudine. Si trattava di sviluppare una riflessione sul che cosa vogliamo fare nel futuro di questo territorio, che tipo di iniziative sviluppare per valorizzarlo e per dare un contributo all’economia cantonale, in particolare in rapporto alla politica del turismo. Si trattava per questo di prendere in mano i principi pianificatori federali presenti in una legge vecchia di 30 anni (LPT ),e proporre di rimetterli in discussione nella misura in cui hanno dimostrato di essere inadatti per rispondere alle necessità odierne di un’economia regionale come quella ticinese. Si trattava di proporre una nuova visione e nuovi principi per un uso del territorio alpino che riguarda  da vicino tutti i cantoni alpini della Svizzera, cioè il 60% dell’intero territorio elvetico. In questo ambito, era un’ occasione storica concreta per affrontare ( su un tema specifico ) anche una revisione dei  principi del federalismo svizzero, dove le limitazioni alle autonomie dei Cantoni nell’uso del territorio e non solo si presentano sempre più come dei nodi cruciali che ostacolano o rendono impossibili  delle politiche regionali adattate alle specificità dei territori da governare.

Ebbene, niente di tutto questo  è accaduto. Abbiamo assistito invece ad una rappresentazione  in cui, dopo l’approvazione del PUC da parte del Parlamento ( con una totale assenza di discussione ), si è dato spazio alle litanie delle lamentele verso Berna ed alla retorica della protezione dei valori della civiltà contadina, con discorsi privi di contenuti concreti ma ricchi di voli  pindarici, in cui si è lasciato credere ai Ticinesi che in ballo ci fosse solo la sorte dei “rustici” delle “nostre” montagne. I media si sono distinti per un silenzio attivo, mancando qualsiasi attenzione ad una analisi approfondita  dei  temi che venivano messi in questione, e dando spazio unicamente alle proteste di singoli che, tardivamente, si rendevano conto di quale “pasticcio pianificatorio” si stava realizzando a loro spese. Ed è così potuto succedere anche che alcuni parlamentari , dopo aver taciuto in Gran Consiglio ed approvato il PUC, si sono messi alla testa della rivolta dei proprietari di rustici contro il Piano cantonale, raccogliendo  firme per  far sottoscrivere un ricorso al TRAM ( Tribunale amministrativo ) , in modo da poter  continuare a beneficiare dell’appoggio elettorale  durante la prossime elezioni cantonali ( clamoroso in tal senso il caso della Val Bavona ). Una perfetta presa per i fondelli del cittadino, ma anche un segno inquietante per le  “distrazioni” della Politica.

Il risultato è stato una concreta  quanto efficace  disinformazione ai cittadini ( la stragrande maggioranza dei quali proprio non ha potuto capire che cosa è stato fatto con la proposta di Piano cantonale), disinformazione che ha però veicolato il messaggio  secondo il quale, ancora una volta, tutta la colpa va addossata ai funzionari bernesi, lasciando credere che le autorità cantonali abbiano fatto tutto il possibile per difendere gli interessi ticinesi.  Non ci fosse stato il caso eclatante dell’ordine di demolizione di una cascina in Val Pontirone, la nostra Televisione non si sarebbe accorta che avevamo di fronte un macroscopico  problema “del territorio” cui era necessario dedicare attenzione. Ma, per assurdo,  proprio l’aver dato spazio al caso della val Pontirone,  ha contribuito a spostare tutta l’attenzione pubblica su questo caso, oscurando in concreto i contenuti di quanto si stava preparando con il PUC. Con la conseguenza che molti cittadini ticinesi ancora oggi  sono indotti a pensare  che sia stata la denuncia di quel caso a provocare il blocco dei permessi a Berna, mentre invece sappiamo che era stata la presa di posizione  del Consiglio federale  del 2007  ( risposta all’interpellanza Abate ) che ha denunciato , per l’ultimo ventennio,  il mancato rispetto da parte del governo ticinese della Legge federale sulla pianificazione del territorio,  a far decidere, all’inizio del 2009, di bloccare i permessi rilasciati dal Cantone. ( consultare  http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20073447  )

Guardiamo per un attimo a come è stata realizzata la “pianificazione”  del territorio con il PUC . Il Dipartimento del Territorio, dopo il rifiuto dell’Ufficio federale dell’ARE di accettare la precedente proposta del 2006, per “andare incontro” alle richieste federali di un’ ulteriore riduzione delle aree da considerare degne di “protezione” ( entro le quali fosse ancora   possibile riattare dei rustici ), ha deciso di presentare un Piano  più “ridotto” di queste aree. E per farlo più in fretta ( e prima delle elezioni cantonali )  ha deciso di prendere una scorciatoia: invece di verificare sul posto, regione per regione,  quali aree avrebbero potuto essere escluse, ha pensato che bastasse far  tracciare delle linee sulla carta topografica che delimitassero aree più piccole, in totale assenza di qualsiasi criterio che giustificasse tale scelta, ed ignorando ( scientemente o meno )  se  nelle aree che venivano escluse fossero state  in passato  messe in cantiere iniziative importanti  con investimenti  notevoli  proprio per valorizzare quanto rimane della civiltà contadina ( nelle costruzioni e nei sentieri ). Si veda quale esempio più significativo  quanto è successo nella valle  Bavona .

Di fronte a questo si potrebbe essere indotti a credere ad una clamorosa incompetenza dei funzionari del DT. Ma sarebbe una banalità che poco spiega. Credo invece si tratti  di riflettere sulle ragioni strutturali ( nel sistema politico cantonale e federale ) che hanno portato i funzionari del DT   a  scegliere questa strada ed a ragionare  come se si potesse parlare di pianificazione di un territorio senza prima definire dei criteri che individuino degli obiettivi da realizzare .. Dobbiamo cioè chiederci perché l’elementare domanda  “ a che cosa deve servire una pianificazione del territorio alpino” non è stata posta, preferendo limitarsi a rispondere alle richieste pressanti dei funzionari federali sulla riduzione delle aree da “proteggere”, e rinunciando di conseguenza a sviluppare un progetto autonomo, in funzione degli interessi globali del  “nostro”  territorio.

il  “pianificatore”  se la gode e sogna Lugano bella…

Borradori 2

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Perché il tema dei “rustici” ha oscurato l’interesse pubblico?

Riportiamo qui un intervento inteso ad aprire una discussione ad ampio raggio sul modo in cui la tematica dei “rustici” è stata finora letta,  come se si trattasse comunque solo di un problema di interesse “privato”. Come e perché l’interesse collettivo della comunità sia stato oscurato, e come questo abbia le origini nella nostra storia regionale nell’ambito della Confederazione, è l’argomento di questo primo intervento.

Alla ricerca di una risposta.   

Perché il tema dei “rustici” è stato ridotto ad un problema privato?        

Di Bruno Strozzi

 

Si parla oggi molto spesso solo di “paesaggio” a proposito delle aree alpine non edificabili. E quindi di “protezione del paesaggio”. Considero questo concetto del tutto generico all’origine di affermazioni altrettanto generiche e non significative del concreto contesto storico-politico. Dobbiamo invece parlare di “territorio umanizzato da valorizzare”, su cui sono presenti quattro livelli di diritti e poteri, giuridicamente riconosciuti entro lo Stato svizzero: quello comunale, quello patriziale, quello cantonale e quello federale. Questi livelli si intersecano attraverso una legislazione complessa, dove la Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT, 1980) sembra avere la maggiore incidenza pratica, perché vieta l’edificazione e permette solo riattazioni di oggetti preesistenti. In questo contesto la domanda è: il Cantone ha realmente un diritto ed una possibilità di valorizzare questo territorio, intervenendo con progetti di interesse pubblico? Esiste un tipo di valorizzazione del territorio nel suo complesso che lo Stato dovrebbe assumere? Se sì, relativo a cosa?

 Dove è finito l’interesse pubblico?

 Siccome le costruzioni esistenti sul territorio di cui qui si parla sono nella stragrande maggioranza di proprietà privata, come è possibile oggi regolamentarne l’uso e la riattazione, con regole realistiche e rispettose di determinati parametri costruttivi, all’interno di una più generale valorizzazione del territorio di pubblico interesse? È del tutto evidente che aver affrontato il tema (sotto l’etichetta di “rustici”) unicamente come problema di interesse privato ha fatto sì che l’attenzione per l’interesse pubblico fosse praticamente assente. Non si è, infatti, indicato che cosa andava fatto da parte dello Stato per valorizzare l’interesse collettivo (il “territorio umanizzato da valorizzare”), in parallelo con la valorizzazione delle singole costruzioni private. Che cosa è realmente successo? L’enfatizzazione dell’interesse privato nel trattare il tema, ed il contemporaneo disinteresse per quello pubblico, ha portato il Dipartimento del Territorio, da sedici anni sotto la direzione del leghista Marco Borradori, ad accettare una scelta sui “rustici” che è un vero e proprio harakiri politico per il Cantone, rispetto all’interesse pubblico che avrebbe dovuto difendere.

Su tre punti in particolare: a) per aver accettato di più che dimezzare il territorio alpino “non edificabile” in cui ancora sia possibile valorizzare costruzioni esistenti; b) per non aver chiesto con determinazione la modifica di alcuni punti cruciali della LPT, notoriamente all’origine di tutte le difficoltà ed i pasticci giuridici, dagli anni Ottanta ad oggi ; c) per aver accettato di inserire in un Piano cantonale di utilizzo (attraverso una decisione del GC) l’obbligo di demolire le costruzioni che in passato non avessero rispettato le normative della LPT. Tutto questo in nome di un risibile “realismo” di fronte alle richieste dell’Ufficio federale dell’ambiente.

 Il ritorno della storia rimossa

Non possiamo oggi liquidare un problema della nostra storia regionale con scorciatoie o ridicole spiegazioni del tipo “i balivi di Berna hanno sempre la colpa dei nostri mali”. Il Cantone Ticino (diversamente da quanto è successo in altri cantoni alpini come Grigioni e Vallese) si vede oggi arrivare al pettine alcuni nodi della sua storia secolare sotto la veste di un microproblema “privato” relativo al diritto di “riattare” costruzioni, che in realtà nasconde un macroscopico problema “pubblico” relativo al diritto di gestire una parte rilevante del suo territorio. Vediamo perché.

Quando le terre che oggi chiamiamo “ticinesi” entrarono nella storia moderna con l’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte (1803), uscendo da un lungo periodo di sudditanza (prima di Milano e poi dai Cantoni “sovrani” svizzeri), e furono assoggettate ad uno Stato federale che assegnò loro uno Statuto, la popolazione dell’area alpina che qui viveva dipendeva per il 90 per cento dall’uso agricolo del territorio e dalle possibilità di allevare animali. L’insufficienza e la precarietà ambientale dei territori di fondovalle a questo scopo aveva reso indispensabile da sempre utilizzare l’intero territorio disponibile per sfamare gli animali, e quindi costruire “case” (= cascine e stalle) a diversi livelli di altitudine, fin oltre i 2000 metri, dove l’erba era disponibile in diversi momenti dell’anno. In queste comunità,organizzate con gli statuti delle Vicinanze, vigeva però un principio sacrosanto, condizione della loro sopravvivenza materiale: accanto ai diritti di proprietà “privati” esistevano “diritti collettivi” che consistevano nella proprietà comune di boschi e pascoli, dove ognuno aveva il diritto di gestire gli strumenti privati per la propria attività vitale, compreso quello di costruire cascine e stalle. Per l’uso collettivo di queste terre esisteva poi l’obbligo del “lavoro comune” che rendeva possibile la costruzione e la manutenzione dei sentieri, dei pascoli e dei boschi. Nel passaggio allo Stato federale svizzero, i diritti collettivi sulle terre furono trasferiti nei patriziati, ed i diritti dei singoli di costruire cascine su monti e alpi mantenuti all’interno del diritto dei comuni. Da notare che in precedenza il diritto privato era strettamente connesso a quello pubblico.

La LPT ha invece scorporato questo diritto da quello collettivo, limitandolo alle “riattazioni” di oggetti privati, introducendo però il concetto di “meritevole di protezione” per poter rendere vigente questo stesso diritto. Oggi questo concetto vago (quando, come e perché una stalla sia “meritevole” di essere protetta non è per nulla chiaro) è stato esteso alle intere aree del Piano di utilizzo cantonale che devono essere definite tali per potervi riattare oggetti esistenti.

Un diritto pubblico sostituito da una “concessione condizionata”.

Quale è il senso di tutto questo sul piano del diritto? Un antico diritto consuetudinario relativo a bisogni fondamentali di una comunità è stato sostituito da un “diritto di essere protetto” che, di fatto si configura più come uno strumento di limitazione del diritto individuale. Essendo ancorato alla condizione di “meritevole”, esso include la possibile negazione del diritto stesso. Bisognerà andare a vedere le ragioni storiche che aveva portato a questa soluzione e indagare l’ideologia implicita nell’idea che per pianificare il territorio nazionale, limitando l’espansione urbana entro perimetri precisi, si dovessero proibire le costruzioni fuori da questi perimetri, autorizzando solo le riattazioni. Una legge uguale per tutto il territorio svizzero, che non valorizzava però caratteristiche geografiche e specificità dei territori antropici, dalle Alpi all’Altipiano ed al Giura. Nel Ticino questo obbligherà a chiedersi che fare delle decine di migliaia di costruzioni esistenti “fuori abitato”, che potevano ormai solo essere “salvate” con riattazioni da parte dei privati. E siccome era già iniziato un commercio attorno a questi oggetti (diventati per tutti “rustici” in quanto oggetti di compravendita) si preferì (si fa per dire) non essere troppo attenti nel far applicare le spesso complicate regole della LPT, per non pregiudicare alcuni interessi privati settoriali. Da quel momento le cascine e le stalle, da strumenti abitativi di interesse pubblico, diventano oggetti di un mercato privato, mentre l’interesse pubblico della collettività sarà oscurato.

Bisognerà descrivere le conseguenze di questa mutazione epocale rileggendo nel contempo origini e caratteristiche della cultura “ticinese” che, dagli anni Settanta, ha illustrato e diffuso l’icona del “Ticino com’era” e dei suoi rapporti con la politica. Per comprendere i motivi storici di questa eclisse dell’interesse pubblico nella società odierna.

 

La Montagna …si fa viva! Una iniziativa per discutere.

L’arch. Germano Mattei ha presentato una lista per le prossime elezioni cantonali  ( “Montagna viva” ) per avere la possibilità di porre e dibattere di fronte a tutto il Ticino un problema che sempre più si fa evidente e che sta a cuore a tutti noi: le regioni periferiche del Cantone Ticino ( regioni “di montagna” ) sono sempre più emarginate e vedono crescere il divario socio-economico rispetto alle aree urbane. La “città-Ticino” sta crescendo a scapito anche dell’economia regionale. Di fronte a questo trend  allarmante non ci sono risposte serie da parte del Cantone. 

( Si veda http://www.montagnaviva.ch/sito/Benvenuto.html ) e

Chiamare ad una riflessione sull’intera questione è quindi, per il futuro prossimo, una necessità urgente. Utilizzare una campagna elettorale per cominciare a farlo potrebbe essere una opportunità, malgrado tutti i rischi che questo comporta.Queste in sintesi sono le ragioni per cui riteniamo di poter  aderire all’idea di Mattei: mettere in movimento una riflessione sui temi coinvolti che parta dalle periferie, e che si ponga l’obiettivo di produrre delle iniziative concrete che coinvolgano l’intera economia cantonale.

Per fare tutto questo serve una mobilitazione delle menti e delle coscienze di chi abita nelle nostre “periferie” montane, al di là ed al di fuori ( e non necessariamente “contro”)  dei tradizionali schieramenti cosiddetti “partitici”.  Per parte nostra ci siamo: abbiamo dato inizio, partendo da un caso particolare , ad una riflessione ad ampio raggio che riguarda il cruciale tema della pianificazione del territorio “non edificabile”,  criticando l’impostazione data dal Dipartimento del Territorio al cosiddetto PUC ( Piano di utilizzo cantonale) all’interno del Piano direttore cantonale ( PD) . ( http://www.ti.ch/dt/dstm/sst/Temi/Puc/Peip/ )

 Abbiamo detto fin dall’inizio che non solo di “rustici” si trattava , ma di come il Ticino  sia in grado o meno  di proporre una nuova visione del territorio alpino e prealpino nel quadro del rapporto con la Confederazione, e rispetto alla Legge quadro federale sulla pianificazione del territorio.

Ora l’iniziativa dell’arch. Mattei apre un terreno di dibattito sul quale vogliamo cercare di esserci con alcune proposte concrete. Lo faremo nelle prossime settimane con alcune iniziative che segnaleremo qui e nei media.

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