Rileggiamo la storia del territorio alpino e del suo utilizzo

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Tre domande. Per rileggere in altro modo la questione “rustici”

La telenovela dei “rustici” ci ha convinti che bisogna affrontare l’intera questione in termini diversi.

Riportiamo qui le tre domande che avevamo avanzato un anno fa, nel tentativo di provocare un dibattito all’interno del gruppo “Cascine e stalle” e , successivamente nel movimento “Montagna viva”. Tentativo caduto nel nulla finora.

1)  In quale senso preciso le infrastrutture del territorio umanizzato nelle Alpi ticinesi , che abbiamo ereditato dalla civiltà contadina ( dal Medioevo fino alla prima metà del Novecento ), si potrebbero ancora valorizzare diversamente ( rispetto al recente passato ), inserendole e rinnovandole, all’interno di  un  progetto  di sviluppo complessivo  di questo stesso spazio alpino, quale risposta  ai mutamenti ambientali, climatici , economici e nei sistemi di comunicazione che si sono verificati negli ultimi 40 – 50  anni ?

2)  In che modo è possibile uscire da una interpretazione  diffusa di tipo “nostalgico”  e “celebrativo” rispetto ai “valori” tramandatici dalla società contadina ( in ambito sociale e dei modi di vita  , nell’uso del territorio e  delle sue possibilità offerte  per i mezzi  di sussistenza  delle comunità, nelle tipologie di  edificazione  e dei sistemi di comunicazione, ecc. )? Lettura che ha costituto l’humus comune di  buona parte delle rivisitazioni  di tipo storico per es. dell’Ottocento , prodotte dal lavoro storiografico in questo campo  e dalla pubblicistica  in Ticino ( a partire dagli anni Sessanta/Settanta ) , e che hanno portato a prestare attenzione  soprattutto alle caratteristiche della “civiltà materiale” dell’agricoltura  e dell’allevamento nell’ economia di sussistenza delle  valli sud-alpine, ma nel contempo ad ignorare o sminuire  l’importanza di strutture giuridiche e comunitarie che facevano capo ad un diritto “consuetudinario”  nell’utilizzo del territorio, diritto di fatto ignorato nella pratica politico- istituzionale dello Stato ,  e  relegato  ad oggetto  di indagine  nelle microstorie regionali  per gli addetti ai lavori.  Problematica  quanto mai complessa, e complicata dal fatto che il Cantone  Ticino sconta  da sempre, nell’ambito della Confederazione, una situazione di marginalità strutturale proprio sul piano politico oltre che su quello economico.

3) In quale misura la persistenza ( a livello ideologico )  di una serie di “campanilismi” locali o regionali ( visibili in campi diversi )  ha favorito una sorta di ripiegamento di ogni regione “di montagna” sulla difesa delle proprie , specifiche,  tradizioni  locali ereditate dalla società contadina ( pur dando luogo talvolta ad iniziative lodevoli sul piano degli obiettivi  e delle realizzazioni ), che ha però prodotto   una quasi  totale impossibilità ( o incapacità ) di iniziative comuni tra tutte le regioni del Cantone ? Proprio le vicissitudini di questi ultimi mesi attorno alla valutazione del Piano di utilizzazione cantonale (PUC) ed alle sue concrete ricadute sulle prospettive future per l’uso del territorio alpino, ci sembra siano la testimonianza di questa situazione di impotenza. Può meravigliare il fatto che, mentre il PUC veniva votato a stragrande maggioranza dal Parlamento , con il consenso apparente di tutti i partiti maggiori, a livello locale  ( di Comuni, Patriziati o associazioni ) ci si accorge tardivamente delle conseguenze di questo tipo di pianificazione proposta , e ci si ritrova a poter usare soltanto lo strumento del ricorso al Tribunale amministrativo, e ( fatto ancor più contradditorio )  proprio in quelle regioni che in passato più avevano visto nascere iniziative per la valorizzazione del patrimonio della civiltà contadina, con evidenti ricadute positive su di un turismo “intelligente” ( valga per tutti l’esempio della valle Bavona ). La domanda ne  implica per contro anche un’altra: come mai le strutture istituzionali del Turismo ( Ente turistico cantonale e le  rispettive organizzazioni regionali  ) non hanno prodotto alcun contributo critico su un piano come il PUC ?  Forse perché sono composte da persone lontane dai problemi concreti  di questo Paese e, nel caso del PUC, si ritrovano a non avere la conoscenza della storia reale del territorio  dello spazio alpino del Cantone ? O forse perché i finanziamenti  pubblici che ricevono dallo Stato non sono vincolati ad un obbligo di approfondire la conoscenza del territorio ?

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