Rileggiamo la storia del territorio alpino e del suo utilizzo

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Anno nuovo, si ricomincia

Nel 2013 torneremo ad occuparci dei risultati della politica territoriale nella nostra res publica. Ricominciando da zero.

Auguriamo ai nostri tre lettori un felice e proficuo anno nuovo!

2013 anno dei vostri sogni

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Perché il tema dei “rustici” ha oscurato l’interesse pubblico?

Riportiamo qui un intervento inteso ad aprire una discussione ad ampio raggio sul modo in cui la tematica dei “rustici” è stata finora letta,  come se si trattasse comunque solo di un problema di interesse “privato”. Come e perché l’interesse collettivo della comunità sia stato oscurato, e come questo abbia le origini nella nostra storia regionale nell’ambito della Confederazione, è l’argomento di questo primo intervento.

Alla ricerca di una risposta.   

Perché il tema dei “rustici” è stato ridotto ad un problema privato?        

Di Bruno Strozzi

 

Si parla oggi molto spesso solo di “paesaggio” a proposito delle aree alpine non edificabili. E quindi di “protezione del paesaggio”. Considero questo concetto del tutto generico all’origine di affermazioni altrettanto generiche e non significative del concreto contesto storico-politico. Dobbiamo invece parlare di “territorio umanizzato da valorizzare”, su cui sono presenti quattro livelli di diritti e poteri, giuridicamente riconosciuti entro lo Stato svizzero: quello comunale, quello patriziale, quello cantonale e quello federale. Questi livelli si intersecano attraverso una legislazione complessa, dove la Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT, 1980) sembra avere la maggiore incidenza pratica, perché vieta l’edificazione e permette solo riattazioni di oggetti preesistenti. In questo contesto la domanda è: il Cantone ha realmente un diritto ed una possibilità di valorizzare questo territorio, intervenendo con progetti di interesse pubblico? Esiste un tipo di valorizzazione del territorio nel suo complesso che lo Stato dovrebbe assumere? Se sì, relativo a cosa?

 Dove è finito l’interesse pubblico?

 Siccome le costruzioni esistenti sul territorio di cui qui si parla sono nella stragrande maggioranza di proprietà privata, come è possibile oggi regolamentarne l’uso e la riattazione, con regole realistiche e rispettose di determinati parametri costruttivi, all’interno di una più generale valorizzazione del territorio di pubblico interesse? È del tutto evidente che aver affrontato il tema (sotto l’etichetta di “rustici”) unicamente come problema di interesse privato ha fatto sì che l’attenzione per l’interesse pubblico fosse praticamente assente. Non si è, infatti, indicato che cosa andava fatto da parte dello Stato per valorizzare l’interesse collettivo (il “territorio umanizzato da valorizzare”), in parallelo con la valorizzazione delle singole costruzioni private. Che cosa è realmente successo? L’enfatizzazione dell’interesse privato nel trattare il tema, ed il contemporaneo disinteresse per quello pubblico, ha portato il Dipartimento del Territorio, da sedici anni sotto la direzione del leghista Marco Borradori, ad accettare una scelta sui “rustici” che è un vero e proprio harakiri politico per il Cantone, rispetto all’interesse pubblico che avrebbe dovuto difendere.

Su tre punti in particolare: a) per aver accettato di più che dimezzare il territorio alpino “non edificabile” in cui ancora sia possibile valorizzare costruzioni esistenti; b) per non aver chiesto con determinazione la modifica di alcuni punti cruciali della LPT, notoriamente all’origine di tutte le difficoltà ed i pasticci giuridici, dagli anni Ottanta ad oggi ; c) per aver accettato di inserire in un Piano cantonale di utilizzo (attraverso una decisione del GC) l’obbligo di demolire le costruzioni che in passato non avessero rispettato le normative della LPT. Tutto questo in nome di un risibile “realismo” di fronte alle richieste dell’Ufficio federale dell’ambiente.

 Il ritorno della storia rimossa

Non possiamo oggi liquidare un problema della nostra storia regionale con scorciatoie o ridicole spiegazioni del tipo “i balivi di Berna hanno sempre la colpa dei nostri mali”. Il Cantone Ticino (diversamente da quanto è successo in altri cantoni alpini come Grigioni e Vallese) si vede oggi arrivare al pettine alcuni nodi della sua storia secolare sotto la veste di un microproblema “privato” relativo al diritto di “riattare” costruzioni, che in realtà nasconde un macroscopico problema “pubblico” relativo al diritto di gestire una parte rilevante del suo territorio. Vediamo perché.

Quando le terre che oggi chiamiamo “ticinesi” entrarono nella storia moderna con l’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte (1803), uscendo da un lungo periodo di sudditanza (prima di Milano e poi dai Cantoni “sovrani” svizzeri), e furono assoggettate ad uno Stato federale che assegnò loro uno Statuto, la popolazione dell’area alpina che qui viveva dipendeva per il 90 per cento dall’uso agricolo del territorio e dalle possibilità di allevare animali. L’insufficienza e la precarietà ambientale dei territori di fondovalle a questo scopo aveva reso indispensabile da sempre utilizzare l’intero territorio disponibile per sfamare gli animali, e quindi costruire “case” (= cascine e stalle) a diversi livelli di altitudine, fin oltre i 2000 metri, dove l’erba era disponibile in diversi momenti dell’anno. In queste comunità,organizzate con gli statuti delle Vicinanze, vigeva però un principio sacrosanto, condizione della loro sopravvivenza materiale: accanto ai diritti di proprietà “privati” esistevano “diritti collettivi” che consistevano nella proprietà comune di boschi e pascoli, dove ognuno aveva il diritto di gestire gli strumenti privati per la propria attività vitale, compreso quello di costruire cascine e stalle. Per l’uso collettivo di queste terre esisteva poi l’obbligo del “lavoro comune” che rendeva possibile la costruzione e la manutenzione dei sentieri, dei pascoli e dei boschi. Nel passaggio allo Stato federale svizzero, i diritti collettivi sulle terre furono trasferiti nei patriziati, ed i diritti dei singoli di costruire cascine su monti e alpi mantenuti all’interno del diritto dei comuni. Da notare che in precedenza il diritto privato era strettamente connesso a quello pubblico.

La LPT ha invece scorporato questo diritto da quello collettivo, limitandolo alle “riattazioni” di oggetti privati, introducendo però il concetto di “meritevole di protezione” per poter rendere vigente questo stesso diritto. Oggi questo concetto vago (quando, come e perché una stalla sia “meritevole” di essere protetta non è per nulla chiaro) è stato esteso alle intere aree del Piano di utilizzo cantonale che devono essere definite tali per potervi riattare oggetti esistenti.

Un diritto pubblico sostituito da una “concessione condizionata”.

Quale è il senso di tutto questo sul piano del diritto? Un antico diritto consuetudinario relativo a bisogni fondamentali di una comunità è stato sostituito da un “diritto di essere protetto” che, di fatto si configura più come uno strumento di limitazione del diritto individuale. Essendo ancorato alla condizione di “meritevole”, esso include la possibile negazione del diritto stesso. Bisognerà andare a vedere le ragioni storiche che aveva portato a questa soluzione e indagare l’ideologia implicita nell’idea che per pianificare il territorio nazionale, limitando l’espansione urbana entro perimetri precisi, si dovessero proibire le costruzioni fuori da questi perimetri, autorizzando solo le riattazioni. Una legge uguale per tutto il territorio svizzero, che non valorizzava però caratteristiche geografiche e specificità dei territori antropici, dalle Alpi all’Altipiano ed al Giura. Nel Ticino questo obbligherà a chiedersi che fare delle decine di migliaia di costruzioni esistenti “fuori abitato”, che potevano ormai solo essere “salvate” con riattazioni da parte dei privati. E siccome era già iniziato un commercio attorno a questi oggetti (diventati per tutti “rustici” in quanto oggetti di compravendita) si preferì (si fa per dire) non essere troppo attenti nel far applicare le spesso complicate regole della LPT, per non pregiudicare alcuni interessi privati settoriali. Da quel momento le cascine e le stalle, da strumenti abitativi di interesse pubblico, diventano oggetti di un mercato privato, mentre l’interesse pubblico della collettività sarà oscurato.

Bisognerà descrivere le conseguenze di questa mutazione epocale rileggendo nel contempo origini e caratteristiche della cultura “ticinese” che, dagli anni Settanta, ha illustrato e diffuso l’icona del “Ticino com’era” e dei suoi rapporti con la politica. Per comprendere i motivi storici di questa eclisse dell’interesse pubblico nella società odierna.

 

“Rustici” : adottata la migliore “non-soluzione” del problema

Il Gran Con(s)iglio ha approvato  giovedì 28 giugno 2012 , all’unaminità meno un astenuto , la  migliore  non-soluzione per il Piano di utilizzo cantonale ( PUC ), con l’ipocrita e fasullo emendamento dell’art. che imponeva al Cantone di operare le demolizioni nei casi che in passato non avessero rispettato le regole.  Sul merito di  tutto questo torneremo prossimamente.

Segnaliamo un commento del giornalista Luca Berti su La Regione del 30 giugno ( Vicenda rustici, il cuore e la ragione )  da cui prenderemo lo spunto per il prossimo intervento.

Il pasticcio giuridico sulle “abitazioni secondarie” e la favola del servo PUC raccontati al popolo.

 Fasti e nefasti di una ideologia poco verde ma molto miope

La consigliera federale Leuthard aveva fatto la battuta più “spiritosa” dopo che la votazione sulle abitazioni secondarie era passata inaspettamente ( imponendo l’obbligo per ogni comune di non superare la % del 20 % di abitazioni secondarie ) : 

” Ora bisognerà definire che cosa intendiamo per abitazioni secondarie”

Proprio brava la nostra Consigliera , e così il CF in corpore ! Forse che prima di mettere in votazione un testo di legge non ci deve preoccupare di verificare se quanto si chiede di votare sia chiaro e comprensibile  ed applicabile alla realtà ? Ebbene no, sembra proprio che oggi questa sia una regola ritenuta superflua. A riprova dello stato in cui versa …lo stato di diritto.

Ed ecco che, dopo i risultati a sorpresa, la signora Leuthard istituisce  il 15 marzo 2012 un “gruppo di lavoro” per rispondere alla domanda che non ci è posti prima.

( v. http://www.are.admin.ch/dokumentation/00121/00224/index.html?lang=it&msg-id=43775 )

Da allora  che cosa è successo?

Ebbene, la risposta non c’è ancora, e  il pasticcio generato da quella “disattenzione” dei consiglieri federali sta generando  i suoi frutti . Che cosa sia infatti una abitazione “secondaria” e come e quando e secondo quali limiti si possano accettare delle domande di costruzione a tale scopo è diventato il rompicapo più ameno per  gli uffici tecnici dei comuni chiamati a valutare in prima istanza le domande di costruzione.

Provate infatti a rispondere a queste domande:

a) Se nel Comune esiste già una % superiore al 20% di abitazioni secondarie, allora la domanda va respinta ?

  Se  , allora in quanti comuni  ( e quali ) del Cantone Ticino si potranno ancora costruire abitazioni di vacanza ?

( vedere su  http://www.google.ch/search?client=safari&rls=en&q=abitazioni+secondarie+svizzera&ie=UTF-8&oe=UTF-8&redir_esc=&ei=ROfpT4HCHPDc4QTdlsmlDg   la mappa svizzera dei comuni con + del 20% di abitazioni definite secondarie, secondo i dati 1.1.2011 )

  Se  NO ,  in quali casi si può accettare la domanda ?

 1) Quando il privato che costruisce dice che la costruzione sarà affittata a terzi in modo permanente ?

 2) Quando la società che costruisce afferma di voler vendere a terzi oppure di voler affittare a terzi ad  ?uso di abitazione primaria ?

 3) Quando il soggetto che vuole costruire non possiede personalmente alcuna proprietà immobiliare e quindi la costruzione dovrebbe essere interpretata come primaria ?

Ma per tutte queste ( ed altre ) domande il punto chiave era e resta questo : da che cosa dipende il fatto che la costruzione sia considerata  “secondaria” ? Infatti vi sono almeno due alternative e due criteri diversi possibili:

Una abitazione “secondaria” può essere considerata  tale se il proprietario ( privato o ente ) già possiede una casa primaria ?

Oppure è da considerare “secondaria” soltanto quando chi la abiterà lo farà in modo saltuario ?

Nel primo caso , la società che la costruisce avrà sempre la possibilità di dire che non possiede una “casa primaria” , il privato invece no, se già possiede una casa.

Nel secondo caso, il fatto che la costruzione sia per certo destinata ad abitazione “secondaria” , cioè ad essere occupata in modo saltuario,  non è possibile stabilirlo con certezza al momento della costruzione.Ma una casa che fosse occupata in modo saltuario da persone diverse, ma risulti poi occupata durante tutto l’anno da persone che si alternano, sarebbe ancora considerabile secondaria ?

Ed ecco che queste domande  ( poste qui solo per dimostrare quanta ambiguità è contenuta nella definizione giuridica di “abitazione secondaria” ), ci portano a ragionare sulla situazione del Cantone Ticino, dove fra due giorni ci si appresta a decidere in Gran Consiglio se accettare il Piano Cantonale di Utilizzo ( PUC ) così come è stato imposto da Berna, e dove quindi si sta approntando un ennesimo pasticcio giuridico, le cui conseguenze andranno ad incrociarsi con quelle generate dalla votazione sulle abitazioni secondarie, moltiplicando in modo esponenziale i danni economici a questo Cantone, dove la prima attività economica di interesse pubblico ( il turismo ) subirà una mazzata tremenda quando gli effetti delle due leggi si faranno sentire congiuntamente. 

La domanda che ci poniamo è : ma è possibile che in questo Paese vi sia oggi, fra la classe politica,  chi è disponibile a tagliarsi le palle e poi a gridare “che bello!” in nome di una real politik  fasulla da quattro soldi ?  E che ,dopo tanti sproloqui sul sostegno al turismo, non ci si renda conto di quale incalcolabile potenziale sia ricco il nostro  territorio, proprio per la promozione di un turismo nuovo ed  intelligente con una mobilità lenta ?  E che quindi la questione dei “rustici” ( e dei sentieri ) non può essere  interpretata come un problema esclusivo del privato, ma invece come una delle opportunità per lo sviluppo di un interesse pubblico nuovo proprio valorizzando il territorio che abbiamo ?

Il succo di quanto si vuole  accettare (con il miserevole obiettivo di  sbloccare i permessi di riattazione ? ) è infatti questo :

1) Il territorio ticinese alpino, disseminato di costruzioni  e reti di comunicazione valorizzabili , dal piano fino ad oltre i 2000 metri sm, sarà più che dimezzato nel suo potenziale di “rustici”  e sentieri  da riattare  ancora per un interesse pubblico, proprio nella misura in cui si è accettato di subire il diktat di una burocrazia federale, indifferente ed incapace di tener conto seriamente degli interessi cantonali, ma sostenuta dalla miopia di un CF che si trincera dietro la richiesta di rispettare la LPT , legge federale sulla pianificazione, che nulla pianifica nel caso in questione, ma solo va a creare dei vincoli assurdi che porteranno solo danni economici all’intera popolazione ticinese, e nelle regioni periferiche in particolare.

2) Dopo anni e anni di comportamenti illegali e di applicazione arbitraria delle regole nelle riattazione di “rustici”, favorendo o penalizzando  ora questo ora quello, i responsabili della conduzione del Dipartimento del Territorio, di fronte ad una situazione da loro stessi generata , ora si rifiutano di entrare nel merito di una sensata richiesta di riflessione sulla necessità di una “moratoria”, proponendo al Legislativo di accettare delle regole di applicazione che sanno benissimo essere inaccettabili ed inapplicabili, ma che per l’ennesima volta ci si appresta ad accettare con il retropensiero che poi, tanto, si continuerà a fare come prima. Questa è la miseranda proposta  pratica che ci si appresta a far diventare Legge.

3) I diritti dei singoli cittadini ed Enti  che hanno inoltrato ricorso sulla precedente versione del PUC saranno impunemente calpestati, facendo in  modo che la forma e la sostanza di quanto si andrà a far diventare legge non possa più essere sottoposta ad un ulteriore ricorso.  Ma soprattutto facendo in modo di poter continuare a gestire le situazioni senza che l’esercizio dei diritti popolari possa minimamente scalfire la prassi tradizionale dei favoritismi e dei clientelismi dei soliti noti.

Di fronte a tutto questo le domande sul che fare sono molte. Una però ci sembra quella più realistica e da cui partire per una risposta ad altro livello.

Chi sono coloro che, in ogni senso, subiranno al massimo le conseguenze negative di queste scelte  ? Saranno i Comuni ( e gli abitanti ) delle regioni periferiche ( tutti ) nella misura in cui gli effetti della Legge federale sulle abitazioni secondarie e quelli del nuovo PUC si sommeranno nel produrre una diminuzione delle offerte economiche in loco, con una progressiva riduzione degli investimenti per nuove costruzioni e riattazioni, che sarebbero invece necessari e funzionali  ad un rilancio del turismo locale, proprio nelle aree alpine oggi più svantaggiate.

Ed ecco allora che la nostra proposta è quella di partire proprio da una  “Iniziativa dei Comuni” periferici per costruire una opposizione fondata che vada a contrapporsi a quella del governo centrale, individuando alcuni obiettivi prioritari.

Il primo passo potrebbe essere un referendum contro quanto sarà deciso dal GC a proposito del PUC. Raccogliamo quindi l’invito del deputato Giorgio Pellanda e diamoci gli strumenti per metterla in pratica.

Bruno Strozzi

Blog www.Cascinestalle.wordpress.com

 

 

Tre domande. Per rileggere in altro modo la questione “rustici”

La telenovela dei “rustici” ci ha convinti che bisogna affrontare l’intera questione in termini diversi.

Riportiamo qui le tre domande che avevamo avanzato un anno fa, nel tentativo di provocare un dibattito all’interno del gruppo “Cascine e stalle” e , successivamente nel movimento “Montagna viva”. Tentativo caduto nel nulla finora.

1)  In quale senso preciso le infrastrutture del territorio umanizzato nelle Alpi ticinesi , che abbiamo ereditato dalla civiltà contadina ( dal Medioevo fino alla prima metà del Novecento ), si potrebbero ancora valorizzare diversamente ( rispetto al recente passato ), inserendole e rinnovandole, all’interno di  un  progetto  di sviluppo complessivo  di questo stesso spazio alpino, quale risposta  ai mutamenti ambientali, climatici , economici e nei sistemi di comunicazione che si sono verificati negli ultimi 40 – 50  anni ?

2)  In che modo è possibile uscire da una interpretazione  diffusa di tipo “nostalgico”  e “celebrativo” rispetto ai “valori” tramandatici dalla società contadina ( in ambito sociale e dei modi di vita  , nell’uso del territorio e  delle sue possibilità offerte  per i mezzi  di sussistenza  delle comunità, nelle tipologie di  edificazione  e dei sistemi di comunicazione, ecc. )? Lettura che ha costituto l’humus comune di  buona parte delle rivisitazioni  di tipo storico per es. dell’Ottocento , prodotte dal lavoro storiografico in questo campo  e dalla pubblicistica  in Ticino ( a partire dagli anni Sessanta/Settanta ) , e che hanno portato a prestare attenzione  soprattutto alle caratteristiche della “civiltà materiale” dell’agricoltura  e dell’allevamento nell’ economia di sussistenza delle  valli sud-alpine, ma nel contempo ad ignorare o sminuire  l’importanza di strutture giuridiche e comunitarie che facevano capo ad un diritto “consuetudinario”  nell’utilizzo del territorio, diritto di fatto ignorato nella pratica politico- istituzionale dello Stato ,  e  relegato  ad oggetto  di indagine  nelle microstorie regionali  per gli addetti ai lavori.  Problematica  quanto mai complessa, e complicata dal fatto che il Cantone  Ticino sconta  da sempre, nell’ambito della Confederazione, una situazione di marginalità strutturale proprio sul piano politico oltre che su quello economico.

3) In quale misura la persistenza ( a livello ideologico )  di una serie di “campanilismi” locali o regionali ( visibili in campi diversi )  ha favorito una sorta di ripiegamento di ogni regione “di montagna” sulla difesa delle proprie , specifiche,  tradizioni  locali ereditate dalla società contadina ( pur dando luogo talvolta ad iniziative lodevoli sul piano degli obiettivi  e delle realizzazioni ), che ha però prodotto   una quasi  totale impossibilità ( o incapacità ) di iniziative comuni tra tutte le regioni del Cantone ? Proprio le vicissitudini di questi ultimi mesi attorno alla valutazione del Piano di utilizzazione cantonale (PUC) ed alle sue concrete ricadute sulle prospettive future per l’uso del territorio alpino, ci sembra siano la testimonianza di questa situazione di impotenza. Può meravigliare il fatto che, mentre il PUC veniva votato a stragrande maggioranza dal Parlamento , con il consenso apparente di tutti i partiti maggiori, a livello locale  ( di Comuni, Patriziati o associazioni ) ci si accorge tardivamente delle conseguenze di questo tipo di pianificazione proposta , e ci si ritrova a poter usare soltanto lo strumento del ricorso al Tribunale amministrativo, e ( fatto ancor più contradditorio )  proprio in quelle regioni che in passato più avevano visto nascere iniziative per la valorizzazione del patrimonio della civiltà contadina, con evidenti ricadute positive su di un turismo “intelligente” ( valga per tutti l’esempio della valle Bavona ). La domanda ne  implica per contro anche un’altra: come mai le strutture istituzionali del Turismo ( Ente turistico cantonale e le  rispettive organizzazioni regionali  ) non hanno prodotto alcun contributo critico su un piano come il PUC ?  Forse perché sono composte da persone lontane dai problemi concreti  di questo Paese e, nel caso del PUC, si ritrovano a non avere la conoscenza della storia reale del territorio  dello spazio alpino del Cantone ? O forse perché i finanziamenti  pubblici che ricevono dallo Stato non sono vincolati ad un obbligo di approfondire la conoscenza del territorio ?

Un bilancio di questo blog per il 2011

https://cascinestalle.wordpress.com/2011/annual-report/

Qui trovate i dati riassuntivi per le visualizzazioni su questo blog durante l’anno 2011.

BUON ANNO!

 

Una storia di casa nostra- CL, ballottaggio e immobilismo della politica


 

UNA  STORIA DI CASA NOSTRA .

Un’ analisi un poco farraginosa  apparsa all’inizio di aprile 2011 sul web  prevedeva la possibilità  che un esponente di Comunione e Liberazione (CL)  entrasse nel Governo ticinese. Come si è visto, la previsione aveva “solo”  sbagliato persona ( e prospettiva…) … Nel frattempo CL ha fatto un passo avanti nel costruire alleanze e si ritrova al centro di un nuovo blocco storico delle destre che si presenta al ballottaggio per le  elezioni federali al Consiglio degli Stati . L’alleanza infatti va dalla Lega dei Ticinesi ( ma non tutta… ),  ai “liberali” ( quali ?) , alla Curia, al centro-destra del PPD, all’ UDC ,  fino ad alcune propaggini nero/verdi… Una alleanza che punta all’obiettivo di 1) mandare a Berna quali soli rappresentanti del Ticino due rappresentanti  della destra clerico-populista , grazie anche ad un sostegno finanziario di grandi banche  2) Costruire il “partito unico” a livello del Governo  e del Legislativo cantonali. che metta tutta la “sinistra” radico-socialista in posizione subalterna e tenuta a collaborare in nome di un interesse “pubblico” confrontato con i guasti prodotti dalla crisi economica globale . 3) Obbligare in questo ballottaggio il candidato del PS   Franco Cavalli  e quello “radicale” del PLR Fabio Abate  a cercare accordi  dell’ultima ora, a 360 gradi , per sperare di avere qualche probabilità di successo, di fronte ai rispettivi partiti divisi al proprio interno  proprio di fronte alla strategia della destra.

In questo quadro la ricandidatura di un outsider moderato ( che si definisce “di area PPD”  ! )  come l’architetto  Germano Mattei di MontagnaViva   pone gli elettori della “sinistra” di fronte alla domanda a sapere quanto conteranno ( in negativo ) i voti trasversali raccolti da Mattei ( che potrebbero attestarsi sul 10%) per la possibilità di contrastare  il progetto della “grande  destra “. Ci si chiede che cosa hanno fatto finora i due candidati della “sinistra”  per concordare obiettivi comuni con Mattei  per cambiare l’immagine politica del Cantone da presentare a Berna. Praticamente nulla. Al contrario, hanno taciuto ufficialmente sui contenuti di Montagnaviva e pure sulla marginalizzazione dei suoi esponenti  nei media , TSI in primis,  durante i dibattiti elettorali.

I registi del teatrino della politica sembrano questa volta aver dimenticato di chiedersi cosa pensano realmente gli elettori, fidandosi delle tradizionali  “appartenenze di area” ( clamorosa la gaffe di Filpp_oregiatt Lombardi in TV quando ha detto a Mattei che i suoi voti dovrebbero “naturalmente” essere di area pipidina..e quindi gli spettano! Lungimirante arroganza da vero statista!  ).. Aggiungiamo miopia e visioni autoreferenziali di politici convinti che basti appellarsi ai propri meriti passati per avere l’appoggio dell’elettorato, ed abbiamo le premesse per una debacle storica del “social-liberalismo” in questo Cantone. Possiamo solo sperare che un ulteriore successo di un outsider come Mattei  riesca a togliere alcuni consensi al populismo. Per fare cosa, questo è tutto da scoprire. Il merito di questo cattolico moderato è per ora quello di aver dimostrato che esiste uno spazio politico per delle rivendicazioni delle “periferie” che tutti gli altri hanno dimenticato.

Dobbiamo chiederci   perché oggi il “leghismo”  in quanto nuovo populismo si presenta come  “nè di sinistra nè di destra”  ma vive e prospera sulle macerie della democrazia parlamentare e dei partiti. I suoi slogan  vanno però ad occupare il terreno che una volta era quello della sinistra Niente di nuovo ? Forse. Ma nuova è la situazione sociale in cui questa stessa cosa viene attuata oggi, e con un appoggio delle  gerarchie della Chiesa cattolica. La funzione politica di  Comunione e Liberazione  rischia di essere , in questo contesto, la vera novità. Non di quanto dice ( ma non fa ) il populismo di Giuliano Bignasca dovremmo preoccuparci, ma di chi ha la possibilità di collegare trasversalmente i consensi elettorali raccolti dal suo movimento con altre forze tradizionalmente inserite nelle stanze del potere e nell’amministrazione dello Stato. CL è l’organizzazione politica in grado di fare questo? Non lo sappiamo. Per certo però Sergio  Morisoli ( che nelle interviste indica con chiarezza alcuni suoi obiettivi ) non è espressione della Lega, ma è ora in condizione di utilizzare il potenziale di consensi che questo movimento  ha costruito in vent’anni,  soprattutto grazie alle debolezze della sinistra storica, compresa quella dei “radicali”. Criticare lui perché “di destra” e per di più membro di CL , in nome del laicismo e di una non meglio definita “democrazia” non servirà a convincere l’elettorato moderato e dimenticato dallo Stato a non votarlo. La vera carta di Sergio Morisoli non è l’alleanza con Lombardi  ma  l’assenza , “da sinistra”, di una proposta alternativa credibile per cambiare lo stato di cose presente. Anche nei rapporti con la Confederazione. Sulle ragioni storiche di questo dato di fatto varrà la pena di tornare.


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