Rileggiamo la storia del territorio alpino e del suo utilizzo

Riportiamo qui un intervento inteso ad aprire una discussione ad ampio raggio sul modo in cui la tematica dei “rustici” è stata finora letta,  come se si trattasse comunque solo di un problema di interesse “privato”. Come e perché l’interesse collettivo della comunità sia stato oscurato, e come questo abbia le origini nella nostra storia regionale nell’ambito della Confederazione, è l’argomento di questo primo intervento.

Alla ricerca di una risposta.   

Perché il tema dei “rustici” è stato ridotto ad un problema privato?        

Di Bruno Strozzi

 

Si parla oggi molto spesso solo di “paesaggio” a proposito delle aree alpine non edificabili. E quindi di “protezione del paesaggio”. Considero questo concetto del tutto generico all’origine di affermazioni altrettanto generiche e non significative del concreto contesto storico-politico. Dobbiamo invece parlare di “territorio umanizzato da valorizzare”, su cui sono presenti quattro livelli di diritti e poteri, giuridicamente riconosciuti entro lo Stato svizzero: quello comunale, quello patriziale, quello cantonale e quello federale. Questi livelli si intersecano attraverso una legislazione complessa, dove la Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT, 1980) sembra avere la maggiore incidenza pratica, perché vieta l’edificazione e permette solo riattazioni di oggetti preesistenti. In questo contesto la domanda è: il Cantone ha realmente un diritto ed una possibilità di valorizzare questo territorio, intervenendo con progetti di interesse pubblico? Esiste un tipo di valorizzazione del territorio nel suo complesso che lo Stato dovrebbe assumere? Se sì, relativo a cosa?

 Dove è finito l’interesse pubblico?

 Siccome le costruzioni esistenti sul territorio di cui qui si parla sono nella stragrande maggioranza di proprietà privata, come è possibile oggi regolamentarne l’uso e la riattazione, con regole realistiche e rispettose di determinati parametri costruttivi, all’interno di una più generale valorizzazione del territorio di pubblico interesse? È del tutto evidente che aver affrontato il tema (sotto l’etichetta di “rustici”) unicamente come problema di interesse privato ha fatto sì che l’attenzione per l’interesse pubblico fosse praticamente assente. Non si è, infatti, indicato che cosa andava fatto da parte dello Stato per valorizzare l’interesse collettivo (il “territorio umanizzato da valorizzare”), in parallelo con la valorizzazione delle singole costruzioni private. Che cosa è realmente successo? L’enfatizzazione dell’interesse privato nel trattare il tema, ed il contemporaneo disinteresse per quello pubblico, ha portato il Dipartimento del Territorio, da sedici anni sotto la direzione del leghista Marco Borradori, ad accettare una scelta sui “rustici” che è un vero e proprio harakiri politico per il Cantone, rispetto all’interesse pubblico che avrebbe dovuto difendere.

Su tre punti in particolare: a) per aver accettato di più che dimezzare il territorio alpino “non edificabile” in cui ancora sia possibile valorizzare costruzioni esistenti; b) per non aver chiesto con determinazione la modifica di alcuni punti cruciali della LPT, notoriamente all’origine di tutte le difficoltà ed i pasticci giuridici, dagli anni Ottanta ad oggi ; c) per aver accettato di inserire in un Piano cantonale di utilizzo (attraverso una decisione del GC) l’obbligo di demolire le costruzioni che in passato non avessero rispettato le normative della LPT. Tutto questo in nome di un risibile “realismo” di fronte alle richieste dell’Ufficio federale dell’ambiente.

 Il ritorno della storia rimossa

Non possiamo oggi liquidare un problema della nostra storia regionale con scorciatoie o ridicole spiegazioni del tipo “i balivi di Berna hanno sempre la colpa dei nostri mali”. Il Cantone Ticino (diversamente da quanto è successo in altri cantoni alpini come Grigioni e Vallese) si vede oggi arrivare al pettine alcuni nodi della sua storia secolare sotto la veste di un microproblema “privato” relativo al diritto di “riattare” costruzioni, che in realtà nasconde un macroscopico problema “pubblico” relativo al diritto di gestire una parte rilevante del suo territorio. Vediamo perché.

Quando le terre che oggi chiamiamo “ticinesi” entrarono nella storia moderna con l’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte (1803), uscendo da un lungo periodo di sudditanza (prima di Milano e poi dai Cantoni “sovrani” svizzeri), e furono assoggettate ad uno Stato federale che assegnò loro uno Statuto, la popolazione dell’area alpina che qui viveva dipendeva per il 90 per cento dall’uso agricolo del territorio e dalle possibilità di allevare animali. L’insufficienza e la precarietà ambientale dei territori di fondovalle a questo scopo aveva reso indispensabile da sempre utilizzare l’intero territorio disponibile per sfamare gli animali, e quindi costruire “case” (= cascine e stalle) a diversi livelli di altitudine, fin oltre i 2000 metri, dove l’erba era disponibile in diversi momenti dell’anno. In queste comunità,organizzate con gli statuti delle Vicinanze, vigeva però un principio sacrosanto, condizione della loro sopravvivenza materiale: accanto ai diritti di proprietà “privati” esistevano “diritti collettivi” che consistevano nella proprietà comune di boschi e pascoli, dove ognuno aveva il diritto di gestire gli strumenti privati per la propria attività vitale, compreso quello di costruire cascine e stalle. Per l’uso collettivo di queste terre esisteva poi l’obbligo del “lavoro comune” che rendeva possibile la costruzione e la manutenzione dei sentieri, dei pascoli e dei boschi. Nel passaggio allo Stato federale svizzero, i diritti collettivi sulle terre furono trasferiti nei patriziati, ed i diritti dei singoli di costruire cascine su monti e alpi mantenuti all’interno del diritto dei comuni. Da notare che in precedenza il diritto privato era strettamente connesso a quello pubblico.

La LPT ha invece scorporato questo diritto da quello collettivo, limitandolo alle “riattazioni” di oggetti privati, introducendo però il concetto di “meritevole di protezione” per poter rendere vigente questo stesso diritto. Oggi questo concetto vago (quando, come e perché una stalla sia “meritevole” di essere protetta non è per nulla chiaro) è stato esteso alle intere aree del Piano di utilizzo cantonale che devono essere definite tali per potervi riattare oggetti esistenti.

Un diritto pubblico sostituito da una “concessione condizionata”.

Quale è il senso di tutto questo sul piano del diritto? Un antico diritto consuetudinario relativo a bisogni fondamentali di una comunità è stato sostituito da un “diritto di essere protetto” che, di fatto si configura più come uno strumento di limitazione del diritto individuale. Essendo ancorato alla condizione di “meritevole”, esso include la possibile negazione del diritto stesso. Bisognerà andare a vedere le ragioni storiche che aveva portato a questa soluzione e indagare l’ideologia implicita nell’idea che per pianificare il territorio nazionale, limitando l’espansione urbana entro perimetri precisi, si dovessero proibire le costruzioni fuori da questi perimetri, autorizzando solo le riattazioni. Una legge uguale per tutto il territorio svizzero, che non valorizzava però caratteristiche geografiche e specificità dei territori antropici, dalle Alpi all’Altipiano ed al Giura. Nel Ticino questo obbligherà a chiedersi che fare delle decine di migliaia di costruzioni esistenti “fuori abitato”, che potevano ormai solo essere “salvate” con riattazioni da parte dei privati. E siccome era già iniziato un commercio attorno a questi oggetti (diventati per tutti “rustici” in quanto oggetti di compravendita) si preferì (si fa per dire) non essere troppo attenti nel far applicare le spesso complicate regole della LPT, per non pregiudicare alcuni interessi privati settoriali. Da quel momento le cascine e le stalle, da strumenti abitativi di interesse pubblico, diventano oggetti di un mercato privato, mentre l’interesse pubblico della collettività sarà oscurato.

Bisognerà descrivere le conseguenze di questa mutazione epocale rileggendo nel contempo origini e caratteristiche della cultura “ticinese” che, dagli anni Settanta, ha illustrato e diffuso l’icona del “Ticino com’era” e dei suoi rapporti con la politica. Per comprendere i motivi storici di questa eclisse dell’interesse pubblico nella società odierna.

 

Annunci

Commenti su: "Perché il tema dei “rustici” ha oscurato l’interesse pubblico?" (1)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: