Rileggiamo la storia del territorio alpino e del suo utilizzo

Ripubblichiamo un testo che era stato pensato per riaprire la discussione su che cosa avrebbe dovuto essere un Piano cantonale sul territorio non edificabile ( cioè fuori dal perimetro dei piani regolatori dei comuni ), partendo proprio dalla constatazione di  che cosa è stato  fatto , spacciato ( con il PUC ) come pianificazione da parte del Dipartimento del Territorio. Lo facciamo qui per tornare a ragionare sulle prospettive future di questo tema, e per ribadire come , quanto è stato deciso, ha solo peggiorato le condizioni esistenti in precedenza, senza aver risolto alcuno dei problemi che erano emersi negli ultimi 30 anni.

abitante di Pontirone che pensa che sta succedendo a questo Paese ?

 

Ma quanto interessa alla “Politica” la pianificazione di un  territorio non edificabile ?

Il PUC  (Piano di utilizzazione cantonale ) non ha attirato l’attenzione dei partiti  ( durante l’ultima campagna elettrorale per le elezioni cantonali e poi quelle federali ), e ci si è limitati ad auspicare che Berna decida di  sbloccare i permessi per tornare a poter riattare “rustici” ,tutto  il resto interessando  veramente poco o nulla. Purtroppo “il resto” , cioè quanto è stato fatto per “pianificare”  quasi il 90% del territorio ticinese con il PUC, ha prodotto nel silenzio generale  un vero capolavoro di assurdità logiche , dove la riflessione sui problemi reali è stata latitante, sostituita dagli slogan ideologici privi di contenuti  che inneggiano alla protezione ambientale, alla valorizzazione dei resti  della civiltà contadina  ed all’ uso “sostenibile”  del territorio .Proviamo a riassumere i fatti per capire che cosa è realmente accaduto.

Più dell’80% del territorio ticinese è rappresentato da aree considerate “non edificabili”, situate in zone alpine o prealpine, che vanno dai 200 ai 3000 metri di altitudine. Si trattava di sviluppare una riflessione sul che cosa vogliamo fare nel futuro di questo territorio, che tipo di iniziative sviluppare per valorizzarlo e per dare un contributo all’economia cantonale, in particolare in rapporto alla politica del turismo. Si trattava per questo di prendere in mano i principi pianificatori federali presenti in una legge vecchia di 30 anni (LPT ),e proporre di rimetterli in discussione nella misura in cui hanno dimostrato di essere inadatti per rispondere alle necessità odierne di un’economia regionale come quella ticinese. Si trattava di proporre una nuova visione e nuovi principi per un uso del territorio alpino che riguarda  da vicino tutti i cantoni alpini della Svizzera, cioè il 60% dell’intero territorio elvetico. In questo ambito, era un’ occasione storica concreta per affrontare ( su un tema specifico ) anche una revisione dei  principi del federalismo svizzero, dove le limitazioni alle autonomie dei Cantoni nell’uso del territorio e non solo si presentano sempre più come dei nodi cruciali che ostacolano o rendono impossibili  delle politiche regionali adattate alle specificità dei territori da governare.

Ebbene, niente di tutto questo  è accaduto. Abbiamo assistito invece ad una rappresentazione  in cui, dopo l’approvazione del PUC da parte del Parlamento ( con una totale assenza di discussione ), si è dato spazio alle litanie delle lamentele verso Berna ed alla retorica della protezione dei valori della civiltà contadina, con discorsi privi di contenuti concreti ma ricchi di voli  pindarici, in cui si è lasciato credere ai Ticinesi che in ballo ci fosse solo la sorte dei “rustici” delle “nostre” montagne. I media si sono distinti per un silenzio attivo, mancando qualsiasi attenzione ad una analisi approfondita  dei  temi che venivano messi in questione, e dando spazio unicamente alle proteste di singoli che, tardivamente, si rendevano conto di quale “pasticcio pianificatorio” si stava realizzando a loro spese. Ed è così potuto succedere anche che alcuni parlamentari , dopo aver taciuto in Gran Consiglio ed approvato il PUC, si sono messi alla testa della rivolta dei proprietari di rustici contro il Piano cantonale, raccogliendo  firme per  far sottoscrivere un ricorso al TRAM ( Tribunale amministrativo ) , in modo da poter  continuare a beneficiare dell’appoggio elettorale  durante la prossime elezioni cantonali ( clamoroso in tal senso il caso della Val Bavona ). Una perfetta presa per i fondelli del cittadino, ma anche un segno inquietante per le  “distrazioni” della Politica.

Il risultato è stato una concreta  quanto efficace  disinformazione ai cittadini ( la stragrande maggioranza dei quali proprio non ha potuto capire che cosa è stato fatto con la proposta di Piano cantonale), disinformazione che ha però veicolato il messaggio  secondo il quale, ancora una volta, tutta la colpa va addossata ai funzionari bernesi, lasciando credere che le autorità cantonali abbiano fatto tutto il possibile per difendere gli interessi ticinesi.  Non ci fosse stato il caso eclatante dell’ordine di demolizione di una cascina in Val Pontirone, la nostra Televisione non si sarebbe accorta che avevamo di fronte un macroscopico  problema “del territorio” cui era necessario dedicare attenzione. Ma, per assurdo,  proprio l’aver dato spazio al caso della val Pontirone,  ha contribuito a spostare tutta l’attenzione pubblica su questo caso, oscurando in concreto i contenuti di quanto si stava preparando con il PUC. Con la conseguenza che molti cittadini ticinesi ancora oggi  sono indotti a pensare  che sia stata la denuncia di quel caso a provocare il blocco dei permessi a Berna, mentre invece sappiamo che era stata la presa di posizione  del Consiglio federale  del 2007  ( risposta all’interpellanza Abate ) che ha denunciato , per l’ultimo ventennio,  il mancato rispetto da parte del governo ticinese della Legge federale sulla pianificazione del territorio,  a far decidere, all’inizio del 2009, di bloccare i permessi rilasciati dal Cantone. ( consultare  http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20073447  )

Guardiamo per un attimo a come è stata realizzata la “pianificazione”  del territorio con il PUC . Il Dipartimento del Territorio, dopo il rifiuto dell’Ufficio federale dell’ARE di accettare la precedente proposta del 2006, per “andare incontro” alle richieste federali di un’ ulteriore riduzione delle aree da considerare degne di “protezione” ( entro le quali fosse ancora   possibile riattare dei rustici ), ha deciso di presentare un Piano  più “ridotto” di queste aree. E per farlo più in fretta ( e prima delle elezioni cantonali )  ha deciso di prendere una scorciatoia: invece di verificare sul posto, regione per regione,  quali aree avrebbero potuto essere escluse, ha pensato che bastasse far  tracciare delle linee sulla carta topografica che delimitassero aree più piccole, in totale assenza di qualsiasi criterio che giustificasse tale scelta, ed ignorando ( scientemente o meno )  se  nelle aree che venivano escluse fossero state  in passato  messe in cantiere iniziative importanti  con investimenti  notevoli  proprio per valorizzare quanto rimane della civiltà contadina ( nelle costruzioni e nei sentieri ). Si veda quale esempio più significativo  quanto è successo nella valle  Bavona .

Di fronte a questo si potrebbe essere indotti a credere ad una clamorosa incompetenza dei funzionari del DT. Ma sarebbe una banalità che poco spiega. Credo invece si tratti  di riflettere sulle ragioni strutturali ( nel sistema politico cantonale e federale ) che hanno portato i funzionari del DT   a  scegliere questa strada ed a ragionare  come se si potesse parlare di pianificazione di un territorio senza prima definire dei criteri che individuino degli obiettivi da realizzare .. Dobbiamo cioè chiederci perché l’elementare domanda  “ a che cosa deve servire una pianificazione del territorio alpino” non è stata posta, preferendo limitarsi a rispondere alle richieste pressanti dei funzionari federali sulla riduzione delle aree da “proteggere”, e rinunciando di conseguenza a sviluppare un progetto autonomo, in funzione degli interessi globali del  “nostro”  territorio.

il  “pianificatore”  se la gode e sogna Lugano bella…

Borradori 2

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Anno nuovo, si ricomincia

Nel 2013 torneremo ad occuparci dei risultati della politica territoriale nella nostra res publica. Ricominciando da zero.

Auguriamo ai nostri tre lettori un felice e proficuo anno nuovo!

2013 anno dei vostri sogni

Riportiamo qui un intervento inteso ad aprire una discussione ad ampio raggio sul modo in cui la tematica dei “rustici” è stata finora letta,  come se si trattasse comunque solo di un problema di interesse “privato”. Come e perché l’interesse collettivo della comunità sia stato oscurato, e come questo abbia le origini nella nostra storia regionale nell’ambito della Confederazione, è l’argomento di questo primo intervento.

Alla ricerca di una risposta.   

Perché il tema dei “rustici” è stato ridotto ad un problema privato?        

Di Bruno Strozzi

 

Si parla oggi molto spesso solo di “paesaggio” a proposito delle aree alpine non edificabili. E quindi di “protezione del paesaggio”. Considero questo concetto del tutto generico all’origine di affermazioni altrettanto generiche e non significative del concreto contesto storico-politico. Dobbiamo invece parlare di “territorio umanizzato da valorizzare”, su cui sono presenti quattro livelli di diritti e poteri, giuridicamente riconosciuti entro lo Stato svizzero: quello comunale, quello patriziale, quello cantonale e quello federale. Questi livelli si intersecano attraverso una legislazione complessa, dove la Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT, 1980) sembra avere la maggiore incidenza pratica, perché vieta l’edificazione e permette solo riattazioni di oggetti preesistenti. In questo contesto la domanda è: il Cantone ha realmente un diritto ed una possibilità di valorizzare questo territorio, intervenendo con progetti di interesse pubblico? Esiste un tipo di valorizzazione del territorio nel suo complesso che lo Stato dovrebbe assumere? Se sì, relativo a cosa?

 Dove è finito l’interesse pubblico?

 Siccome le costruzioni esistenti sul territorio di cui qui si parla sono nella stragrande maggioranza di proprietà privata, come è possibile oggi regolamentarne l’uso e la riattazione, con regole realistiche e rispettose di determinati parametri costruttivi, all’interno di una più generale valorizzazione del territorio di pubblico interesse? È del tutto evidente che aver affrontato il tema (sotto l’etichetta di “rustici”) unicamente come problema di interesse privato ha fatto sì che l’attenzione per l’interesse pubblico fosse praticamente assente. Non si è, infatti, indicato che cosa andava fatto da parte dello Stato per valorizzare l’interesse collettivo (il “territorio umanizzato da valorizzare”), in parallelo con la valorizzazione delle singole costruzioni private. Che cosa è realmente successo? L’enfatizzazione dell’interesse privato nel trattare il tema, ed il contemporaneo disinteresse per quello pubblico, ha portato il Dipartimento del Territorio, da sedici anni sotto la direzione del leghista Marco Borradori, ad accettare una scelta sui “rustici” che è un vero e proprio harakiri politico per il Cantone, rispetto all’interesse pubblico che avrebbe dovuto difendere.

Su tre punti in particolare: a) per aver accettato di più che dimezzare il territorio alpino “non edificabile” in cui ancora sia possibile valorizzare costruzioni esistenti; b) per non aver chiesto con determinazione la modifica di alcuni punti cruciali della LPT, notoriamente all’origine di tutte le difficoltà ed i pasticci giuridici, dagli anni Ottanta ad oggi ; c) per aver accettato di inserire in un Piano cantonale di utilizzo (attraverso una decisione del GC) l’obbligo di demolire le costruzioni che in passato non avessero rispettato le normative della LPT. Tutto questo in nome di un risibile “realismo” di fronte alle richieste dell’Ufficio federale dell’ambiente.

 Il ritorno della storia rimossa

Non possiamo oggi liquidare un problema della nostra storia regionale con scorciatoie o ridicole spiegazioni del tipo “i balivi di Berna hanno sempre la colpa dei nostri mali”. Il Cantone Ticino (diversamente da quanto è successo in altri cantoni alpini come Grigioni e Vallese) si vede oggi arrivare al pettine alcuni nodi della sua storia secolare sotto la veste di un microproblema “privato” relativo al diritto di “riattare” costruzioni, che in realtà nasconde un macroscopico problema “pubblico” relativo al diritto di gestire una parte rilevante del suo territorio. Vediamo perché.

Quando le terre che oggi chiamiamo “ticinesi” entrarono nella storia moderna con l’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte (1803), uscendo da un lungo periodo di sudditanza (prima di Milano e poi dai Cantoni “sovrani” svizzeri), e furono assoggettate ad uno Stato federale che assegnò loro uno Statuto, la popolazione dell’area alpina che qui viveva dipendeva per il 90 per cento dall’uso agricolo del territorio e dalle possibilità di allevare animali. L’insufficienza e la precarietà ambientale dei territori di fondovalle a questo scopo aveva reso indispensabile da sempre utilizzare l’intero territorio disponibile per sfamare gli animali, e quindi costruire “case” (= cascine e stalle) a diversi livelli di altitudine, fin oltre i 2000 metri, dove l’erba era disponibile in diversi momenti dell’anno. In queste comunità,organizzate con gli statuti delle Vicinanze, vigeva però un principio sacrosanto, condizione della loro sopravvivenza materiale: accanto ai diritti di proprietà “privati” esistevano “diritti collettivi” che consistevano nella proprietà comune di boschi e pascoli, dove ognuno aveva il diritto di gestire gli strumenti privati per la propria attività vitale, compreso quello di costruire cascine e stalle. Per l’uso collettivo di queste terre esisteva poi l’obbligo del “lavoro comune” che rendeva possibile la costruzione e la manutenzione dei sentieri, dei pascoli e dei boschi. Nel passaggio allo Stato federale svizzero, i diritti collettivi sulle terre furono trasferiti nei patriziati, ed i diritti dei singoli di costruire cascine su monti e alpi mantenuti all’interno del diritto dei comuni. Da notare che in precedenza il diritto privato era strettamente connesso a quello pubblico.

La LPT ha invece scorporato questo diritto da quello collettivo, limitandolo alle “riattazioni” di oggetti privati, introducendo però il concetto di “meritevole di protezione” per poter rendere vigente questo stesso diritto. Oggi questo concetto vago (quando, come e perché una stalla sia “meritevole” di essere protetta non è per nulla chiaro) è stato esteso alle intere aree del Piano di utilizzo cantonale che devono essere definite tali per potervi riattare oggetti esistenti.

Un diritto pubblico sostituito da una “concessione condizionata”.

Quale è il senso di tutto questo sul piano del diritto? Un antico diritto consuetudinario relativo a bisogni fondamentali di una comunità è stato sostituito da un “diritto di essere protetto” che, di fatto si configura più come uno strumento di limitazione del diritto individuale. Essendo ancorato alla condizione di “meritevole”, esso include la possibile negazione del diritto stesso. Bisognerà andare a vedere le ragioni storiche che aveva portato a questa soluzione e indagare l’ideologia implicita nell’idea che per pianificare il territorio nazionale, limitando l’espansione urbana entro perimetri precisi, si dovessero proibire le costruzioni fuori da questi perimetri, autorizzando solo le riattazioni. Una legge uguale per tutto il territorio svizzero, che non valorizzava però caratteristiche geografiche e specificità dei territori antropici, dalle Alpi all’Altipiano ed al Giura. Nel Ticino questo obbligherà a chiedersi che fare delle decine di migliaia di costruzioni esistenti “fuori abitato”, che potevano ormai solo essere “salvate” con riattazioni da parte dei privati. E siccome era già iniziato un commercio attorno a questi oggetti (diventati per tutti “rustici” in quanto oggetti di compravendita) si preferì (si fa per dire) non essere troppo attenti nel far applicare le spesso complicate regole della LPT, per non pregiudicare alcuni interessi privati settoriali. Da quel momento le cascine e le stalle, da strumenti abitativi di interesse pubblico, diventano oggetti di un mercato privato, mentre l’interesse pubblico della collettività sarà oscurato.

Bisognerà descrivere le conseguenze di questa mutazione epocale rileggendo nel contempo origini e caratteristiche della cultura “ticinese” che, dagli anni Settanta, ha illustrato e diffuso l’icona del “Ticino com’era” e dei suoi rapporti con la politica. Per comprendere i motivi storici di questa eclisse dell’interesse pubblico nella società odierna.

 

Il Gran Con(s)iglio ha approvato  giovedì 28 giugno 2012 , all’unaminità meno un astenuto , la  migliore  non-soluzione per il Piano di utilizzo cantonale ( PUC ), con l’ipocrita e fasullo emendamento dell’art. che imponeva al Cantone di operare le demolizioni nei casi che in passato non avessero rispettato le regole.  Sul merito di  tutto questo torneremo prossimamente.

Segnaliamo un commento del giornalista Luca Berti su La Regione del 30 giugno ( Vicenda rustici, il cuore e la ragione )  da cui prenderemo lo spunto per il prossimo intervento.

 Fasti e nefasti di una ideologia poco verde ma molto miope

La consigliera federale Leuthard aveva fatto la battuta più “spiritosa” dopo che la votazione sulle abitazioni secondarie era passata inaspettamente ( imponendo l’obbligo per ogni comune di non superare la % del 20 % di abitazioni secondarie ) : 

” Ora bisognerà definire che cosa intendiamo per abitazioni secondarie”

Proprio brava la nostra Consigliera , e così il CF in corpore ! Forse che prima di mettere in votazione un testo di legge non ci deve preoccupare di verificare se quanto si chiede di votare sia chiaro e comprensibile  ed applicabile alla realtà ? Ebbene no, sembra proprio che oggi questa sia una regola ritenuta superflua. A riprova dello stato in cui versa …lo stato di diritto.

Ed ecco che, dopo i risultati a sorpresa, la signora Leuthard istituisce  il 15 marzo 2012 un “gruppo di lavoro” per rispondere alla domanda che non ci è posti prima.

( v. http://www.are.admin.ch/dokumentation/00121/00224/index.html?lang=it&msg-id=43775 )

Da allora  che cosa è successo?

Ebbene, la risposta non c’è ancora, e  il pasticcio generato da quella “disattenzione” dei consiglieri federali sta generando  i suoi frutti . Che cosa sia infatti una abitazione “secondaria” e come e quando e secondo quali limiti si possano accettare delle domande di costruzione a tale scopo è diventato il rompicapo più ameno per  gli uffici tecnici dei comuni chiamati a valutare in prima istanza le domande di costruzione.

Provate infatti a rispondere a queste domande:

a) Se nel Comune esiste già una % superiore al 20% di abitazioni secondarie, allora la domanda va respinta ?

  Se  , allora in quanti comuni  ( e quali ) del Cantone Ticino si potranno ancora costruire abitazioni di vacanza ?

( vedere su  http://www.google.ch/search?client=safari&rls=en&q=abitazioni+secondarie+svizzera&ie=UTF-8&oe=UTF-8&redir_esc=&ei=ROfpT4HCHPDc4QTdlsmlDg   la mappa svizzera dei comuni con + del 20% di abitazioni definite secondarie, secondo i dati 1.1.2011 )

  Se  NO ,  in quali casi si può accettare la domanda ?

 1) Quando il privato che costruisce dice che la costruzione sarà affittata a terzi in modo permanente ?

 2) Quando la società che costruisce afferma di voler vendere a terzi oppure di voler affittare a terzi ad  ?uso di abitazione primaria ?

 3) Quando il soggetto che vuole costruire non possiede personalmente alcuna proprietà immobiliare e quindi la costruzione dovrebbe essere interpretata come primaria ?

Ma per tutte queste ( ed altre ) domande il punto chiave era e resta questo : da che cosa dipende il fatto che la costruzione sia considerata  “secondaria” ? Infatti vi sono almeno due alternative e due criteri diversi possibili:

Una abitazione “secondaria” può essere considerata  tale se il proprietario ( privato o ente ) già possiede una casa primaria ?

Oppure è da considerare “secondaria” soltanto quando chi la abiterà lo farà in modo saltuario ?

Nel primo caso , la società che la costruisce avrà sempre la possibilità di dire che non possiede una “casa primaria” , il privato invece no, se già possiede una casa.

Nel secondo caso, il fatto che la costruzione sia per certo destinata ad abitazione “secondaria” , cioè ad essere occupata in modo saltuario,  non è possibile stabilirlo con certezza al momento della costruzione.Ma una casa che fosse occupata in modo saltuario da persone diverse, ma risulti poi occupata durante tutto l’anno da persone che si alternano, sarebbe ancora considerabile secondaria ?

Ed ecco che queste domande  ( poste qui solo per dimostrare quanta ambiguità è contenuta nella definizione giuridica di “abitazione secondaria” ), ci portano a ragionare sulla situazione del Cantone Ticino, dove fra due giorni ci si appresta a decidere in Gran Consiglio se accettare il Piano Cantonale di Utilizzo ( PUC ) così come è stato imposto da Berna, e dove quindi si sta approntando un ennesimo pasticcio giuridico, le cui conseguenze andranno ad incrociarsi con quelle generate dalla votazione sulle abitazioni secondarie, moltiplicando in modo esponenziale i danni economici a questo Cantone, dove la prima attività economica di interesse pubblico ( il turismo ) subirà una mazzata tremenda quando gli effetti delle due leggi si faranno sentire congiuntamente. 

La domanda che ci poniamo è : ma è possibile che in questo Paese vi sia oggi, fra la classe politica,  chi è disponibile a tagliarsi le palle e poi a gridare “che bello!” in nome di una real politik  fasulla da quattro soldi ?  E che ,dopo tanti sproloqui sul sostegno al turismo, non ci si renda conto di quale incalcolabile potenziale sia ricco il nostro  territorio, proprio per la promozione di un turismo nuovo ed  intelligente con una mobilità lenta ?  E che quindi la questione dei “rustici” ( e dei sentieri ) non può essere  interpretata come un problema esclusivo del privato, ma invece come una delle opportunità per lo sviluppo di un interesse pubblico nuovo proprio valorizzando il territorio che abbiamo ?

Il succo di quanto si vuole  accettare (con il miserevole obiettivo di  sbloccare i permessi di riattazione ? ) è infatti questo :

1) Il territorio ticinese alpino, disseminato di costruzioni  e reti di comunicazione valorizzabili , dal piano fino ad oltre i 2000 metri sm, sarà più che dimezzato nel suo potenziale di “rustici”  e sentieri  da riattare  ancora per un interesse pubblico, proprio nella misura in cui si è accettato di subire il diktat di una burocrazia federale, indifferente ed incapace di tener conto seriamente degli interessi cantonali, ma sostenuta dalla miopia di un CF che si trincera dietro la richiesta di rispettare la LPT , legge federale sulla pianificazione, che nulla pianifica nel caso in questione, ma solo va a creare dei vincoli assurdi che porteranno solo danni economici all’intera popolazione ticinese, e nelle regioni periferiche in particolare.

2) Dopo anni e anni di comportamenti illegali e di applicazione arbitraria delle regole nelle riattazione di “rustici”, favorendo o penalizzando  ora questo ora quello, i responsabili della conduzione del Dipartimento del Territorio, di fronte ad una situazione da loro stessi generata , ora si rifiutano di entrare nel merito di una sensata richiesta di riflessione sulla necessità di una “moratoria”, proponendo al Legislativo di accettare delle regole di applicazione che sanno benissimo essere inaccettabili ed inapplicabili, ma che per l’ennesima volta ci si appresta ad accettare con il retropensiero che poi, tanto, si continuerà a fare come prima. Questa è la miseranda proposta  pratica che ci si appresta a far diventare Legge.

3) I diritti dei singoli cittadini ed Enti  che hanno inoltrato ricorso sulla precedente versione del PUC saranno impunemente calpestati, facendo in  modo che la forma e la sostanza di quanto si andrà a far diventare legge non possa più essere sottoposta ad un ulteriore ricorso.  Ma soprattutto facendo in modo di poter continuare a gestire le situazioni senza che l’esercizio dei diritti popolari possa minimamente scalfire la prassi tradizionale dei favoritismi e dei clientelismi dei soliti noti.

Di fronte a tutto questo le domande sul che fare sono molte. Una però ci sembra quella più realistica e da cui partire per una risposta ad altro livello.

Chi sono coloro che, in ogni senso, subiranno al massimo le conseguenze negative di queste scelte  ? Saranno i Comuni ( e gli abitanti ) delle regioni periferiche ( tutti ) nella misura in cui gli effetti della Legge federale sulle abitazioni secondarie e quelli del nuovo PUC si sommeranno nel produrre una diminuzione delle offerte economiche in loco, con una progressiva riduzione degli investimenti per nuove costruzioni e riattazioni, che sarebbero invece necessari e funzionali  ad un rilancio del turismo locale, proprio nelle aree alpine oggi più svantaggiate.

Ed ecco allora che la nostra proposta è quella di partire proprio da una  “Iniziativa dei Comuni” periferici per costruire una opposizione fondata che vada a contrapporsi a quella del governo centrale, individuando alcuni obiettivi prioritari.

Il primo passo potrebbe essere un referendum contro quanto sarà deciso dal GC a proposito del PUC. Raccogliamo quindi l’invito del deputato Giorgio Pellanda e diamoci gli strumenti per metterla in pratica.

Bruno Strozzi

Blog www.Cascinestalle.wordpress.com

 

 

La telenovela dei “rustici” ci ha convinti che bisogna affrontare l’intera questione in termini diversi.

Riportiamo qui le tre domande che avevamo avanzato un anno fa, nel tentativo di provocare un dibattito all’interno del gruppo “Cascine e stalle” e , successivamente nel movimento “Montagna viva”. Tentativo caduto nel nulla finora.

1)  In quale senso preciso le infrastrutture del territorio umanizzato nelle Alpi ticinesi , che abbiamo ereditato dalla civiltà contadina ( dal Medioevo fino alla prima metà del Novecento ), si potrebbero ancora valorizzare diversamente ( rispetto al recente passato ), inserendole e rinnovandole, all’interno di  un  progetto  di sviluppo complessivo  di questo stesso spazio alpino, quale risposta  ai mutamenti ambientali, climatici , economici e nei sistemi di comunicazione che si sono verificati negli ultimi 40 – 50  anni ?

2)  In che modo è possibile uscire da una interpretazione  diffusa di tipo “nostalgico”  e “celebrativo” rispetto ai “valori” tramandatici dalla società contadina ( in ambito sociale e dei modi di vita  , nell’uso del territorio e  delle sue possibilità offerte  per i mezzi  di sussistenza  delle comunità, nelle tipologie di  edificazione  e dei sistemi di comunicazione, ecc. )? Lettura che ha costituto l’humus comune di  buona parte delle rivisitazioni  di tipo storico per es. dell’Ottocento , prodotte dal lavoro storiografico in questo campo  e dalla pubblicistica  in Ticino ( a partire dagli anni Sessanta/Settanta ) , e che hanno portato a prestare attenzione  soprattutto alle caratteristiche della “civiltà materiale” dell’agricoltura  e dell’allevamento nell’ economia di sussistenza delle  valli sud-alpine, ma nel contempo ad ignorare o sminuire  l’importanza di strutture giuridiche e comunitarie che facevano capo ad un diritto “consuetudinario”  nell’utilizzo del territorio, diritto di fatto ignorato nella pratica politico- istituzionale dello Stato ,  e  relegato  ad oggetto  di indagine  nelle microstorie regionali  per gli addetti ai lavori.  Problematica  quanto mai complessa, e complicata dal fatto che il Cantone  Ticino sconta  da sempre, nell’ambito della Confederazione, una situazione di marginalità strutturale proprio sul piano politico oltre che su quello economico.

3) In quale misura la persistenza ( a livello ideologico )  di una serie di “campanilismi” locali o regionali ( visibili in campi diversi )  ha favorito una sorta di ripiegamento di ogni regione “di montagna” sulla difesa delle proprie , specifiche,  tradizioni  locali ereditate dalla società contadina ( pur dando luogo talvolta ad iniziative lodevoli sul piano degli obiettivi  e delle realizzazioni ), che ha però prodotto   una quasi  totale impossibilità ( o incapacità ) di iniziative comuni tra tutte le regioni del Cantone ? Proprio le vicissitudini di questi ultimi mesi attorno alla valutazione del Piano di utilizzazione cantonale (PUC) ed alle sue concrete ricadute sulle prospettive future per l’uso del territorio alpino, ci sembra siano la testimonianza di questa situazione di impotenza. Può meravigliare il fatto che, mentre il PUC veniva votato a stragrande maggioranza dal Parlamento , con il consenso apparente di tutti i partiti maggiori, a livello locale  ( di Comuni, Patriziati o associazioni ) ci si accorge tardivamente delle conseguenze di questo tipo di pianificazione proposta , e ci si ritrova a poter usare soltanto lo strumento del ricorso al Tribunale amministrativo, e ( fatto ancor più contradditorio )  proprio in quelle regioni che in passato più avevano visto nascere iniziative per la valorizzazione del patrimonio della civiltà contadina, con evidenti ricadute positive su di un turismo “intelligente” ( valga per tutti l’esempio della valle Bavona ). La domanda ne  implica per contro anche un’altra: come mai le strutture istituzionali del Turismo ( Ente turistico cantonale e le  rispettive organizzazioni regionali  ) non hanno prodotto alcun contributo critico su un piano come il PUC ?  Forse perché sono composte da persone lontane dai problemi concreti  di questo Paese e, nel caso del PUC, si ritrovano a non avere la conoscenza della storia reale del territorio  dello spazio alpino del Cantone ? O forse perché i finanziamenti  pubblici che ricevono dallo Stato non sono vincolati ad un obbligo di approfondire la conoscenza del territorio ?

https://cascinestalle.wordpress.com/2011/annual-report/

Qui trovate i dati riassuntivi per le visualizzazioni su questo blog durante l’anno 2011.

BUON ANNO!

 


 

UNA  STORIA DI CASA NOSTRA .

Un’ analisi un poco farraginosa  apparsa all’inizio di aprile 2011 sul web  prevedeva la possibilità  che un esponente di Comunione e Liberazione (CL)  entrasse nel Governo ticinese. Come si è visto, la previsione aveva “solo”  sbagliato persona ( e prospettiva…) … Nel frattempo CL ha fatto un passo avanti nel costruire alleanze e si ritrova al centro di un nuovo blocco storico delle destre che si presenta al ballottaggio per le  elezioni federali al Consiglio degli Stati . L’alleanza infatti va dalla Lega dei Ticinesi ( ma non tutta… ),  ai “liberali” ( quali ?) , alla Curia, al centro-destra del PPD, all’ UDC ,  fino ad alcune propaggini nero/verdi… Una alleanza che punta all’obiettivo di 1) mandare a Berna quali soli rappresentanti del Ticino due rappresentanti  della destra clerico-populista , grazie anche ad un sostegno finanziario di grandi banche  2) Costruire il “partito unico” a livello del Governo  e del Legislativo cantonali. che metta tutta la “sinistra” radico-socialista in posizione subalterna e tenuta a collaborare in nome di un interesse “pubblico” confrontato con i guasti prodotti dalla crisi economica globale . 3) Obbligare in questo ballottaggio il candidato del PS   Franco Cavalli  e quello “radicale” del PLR Fabio Abate  a cercare accordi  dell’ultima ora, a 360 gradi , per sperare di avere qualche probabilità di successo, di fronte ai rispettivi partiti divisi al proprio interno  proprio di fronte alla strategia della destra.

In questo quadro la ricandidatura di un outsider moderato ( che si definisce “di area PPD”  ! )  come l’architetto  Germano Mattei di MontagnaViva   pone gli elettori della “sinistra” di fronte alla domanda a sapere quanto conteranno ( in negativo ) i voti trasversali raccolti da Mattei ( che potrebbero attestarsi sul 10%) per la possibilità di contrastare  il progetto della “grande  destra “. Ci si chiede che cosa hanno fatto finora i due candidati della “sinistra”  per concordare obiettivi comuni con Mattei  per cambiare l’immagine politica del Cantone da presentare a Berna. Praticamente nulla. Al contrario, hanno taciuto ufficialmente sui contenuti di Montagnaviva e pure sulla marginalizzazione dei suoi esponenti  nei media , TSI in primis,  durante i dibattiti elettorali.

I registi del teatrino della politica sembrano questa volta aver dimenticato di chiedersi cosa pensano realmente gli elettori, fidandosi delle tradizionali  “appartenenze di area” ( clamorosa la gaffe di Filpp_oregiatt Lombardi in TV quando ha detto a Mattei che i suoi voti dovrebbero “naturalmente” essere di area pipidina..e quindi gli spettano! Lungimirante arroganza da vero statista!  ).. Aggiungiamo miopia e visioni autoreferenziali di politici convinti che basti appellarsi ai propri meriti passati per avere l’appoggio dell’elettorato, ed abbiamo le premesse per una debacle storica del “social-liberalismo” in questo Cantone. Possiamo solo sperare che un ulteriore successo di un outsider come Mattei  riesca a togliere alcuni consensi al populismo. Per fare cosa, questo è tutto da scoprire. Il merito di questo cattolico moderato è per ora quello di aver dimostrato che esiste uno spazio politico per delle rivendicazioni delle “periferie” che tutti gli altri hanno dimenticato.

Dobbiamo chiederci   perché oggi il “leghismo”  in quanto nuovo populismo si presenta come  “nè di sinistra nè di destra”  ma vive e prospera sulle macerie della democrazia parlamentare e dei partiti. I suoi slogan  vanno però ad occupare il terreno che una volta era quello della sinistra Niente di nuovo ? Forse. Ma nuova è la situazione sociale in cui questa stessa cosa viene attuata oggi, e con un appoggio delle  gerarchie della Chiesa cattolica. La funzione politica di  Comunione e Liberazione  rischia di essere , in questo contesto, la vera novità. Non di quanto dice ( ma non fa ) il populismo di Giuliano Bignasca dovremmo preoccuparci, ma di chi ha la possibilità di collegare trasversalmente i consensi elettorali raccolti dal suo movimento con altre forze tradizionalmente inserite nelle stanze del potere e nell’amministrazione dello Stato. CL è l’organizzazione politica in grado di fare questo? Non lo sappiamo. Per certo però Sergio  Morisoli ( che nelle interviste indica con chiarezza alcuni suoi obiettivi ) non è espressione della Lega, ma è ora in condizione di utilizzare il potenziale di consensi che questo movimento  ha costruito in vent’anni,  soprattutto grazie alle debolezze della sinistra storica, compresa quella dei “radicali”. Criticare lui perché “di destra” e per di più membro di CL , in nome del laicismo e di una non meglio definita “democrazia” non servirà a convincere l’elettorato moderato e dimenticato dallo Stato a non votarlo. La vera carta di Sergio Morisoli non è l’alleanza con Lombardi  ma  l’assenza , “da sinistra”, di una proposta alternativa credibile per cambiare lo stato di cose presente. Anche nei rapporti con la Confederazione. Sulle ragioni storiche di questo dato di fatto varrà la pena di tornare.


Riportiamo il testo integrale del Messaggio 6495 al Gran Consiglio ( 6495m[1] Messaggio per credito valorizz paesaggio e modifica alcuni articoli PUC ) con il quale si intende:

a) far accettare che più della metà del territorio alpino del Cantone sia sacrificato sull’altare di una fasulla “pianificazione” imposta dall’Ufficio federale dell’ARE (del  Dipartimento federale dell’ambiente ,diretto dalla signora Leuthard ), sottoscrivendo  la proibizione di riattare costruzioni sugli alpi attorno e sopra i 2000 metri di altitudine.

b) far accettare l’obbligo delle demolizioni delle costruzioni riattate che in passato ( dopo l’introduzione della LPT – Legge sulla Pianiificazione del Territorio , 1980 ) non avessero rispettato i termini della Legge su determinati articoli.

c) introdurre ulteriori misure restrittive che renderanno ancora più complicato il diritto di riattare cascine e stalle sulle montagne ticinesi

QUESTA “SOLUZIONE” VIENE PRESENTATA CON LA PRETESA DI RISOLVERE FINALMENTE IL PROBLEMA “RUSTICI”.

Ora bisogna finalmente dire che questa presunta soluzione è il frutto di un doppio ricatto,  giuridico e politico:

1 ) il ricatto dell’Ufficio dell’ARE che, incapace di affrontare il problema istituzionale che il Consiglio federale aveva posto nel 2007 quando aveva denunciato in un atto parlamentare ( interpellanza-abate-e-risposta-cf-21-06-2007 ) il fatto che le autorità cantonali  ( Dipartimento del Territorio ) avevano per anni NON applicato CONSAPEVOLMENTE la Legge federale sulla pianificazione ) , e aveva preferito introdurre la scorciatoia del diritto di veto sui permessi di riattazione in Ticino, per obbligare il Cantone ad accettare le condizioni decise dai funzionari federali.

2) il ricatto del DT che, autorizzato dal ricatto federale di cui sopra, per potersi considerare “assolto”  dalle colpe imputategli dal   Consiglio federale  nel 2007 accetta di  ribaltare sui cittadini ticinesi le conseguenze nefaste di quell’accordo sottoscritto con Berna, occultando le proprie responsabilità in nome di una applicazione più “rigorosa” del diritto formale  che penalizza i diritti sostanziali dei cittadini. 

Questo incredibile pasticcio giuridico viene offerto ai Ticinesi ignari come se fosse un successo della diplomazia dipartimentale! Si tratta in verità di una  vera e propria manipolazione del stato di diritto, che ne nega e calpesta  la legittimità  nel momento stesso che pretende di applicarlo in modo più rigoroso.

Ora il Legislativo cantonale ha tre scelte possibili:

  • prendere atto di quanto  sopra e rimandare al mittente l’intero Messaggio, con l’invito a rivedere l’accordo sottoscritto con Berna. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento della Commissione chiamata a pronunciarsi ( Commissione Pianificazione del Territorio ).
  • Chiedere al DT  di presentare ufficialmente  il testo dell’accordo sottoscritto con Berna da Marco Borradori e Moreno Celio,  illustrandone le ragioni che hanno portato alla sua accettazione,  come condizione necessaria per poter in seguito  entrare in materia sul Messaggio. Questa richiesta  può essere sottoposta al Presidente del GC tramite la sua Segreteria.
  • Accettare di entrare in materia sul Messaggio ( se questo deciderà la Commissione ) e chiedere : a) che la definizione delle “aree protette” che era stata accettata con la precedente approvazione del PUC in GC venga rimessa in discussione ed inclusa  nel Messaggio da discutere, anche in considerazione delle ulteriori richieste di modifiche avanzate dall’ARE  b) lo stralcio dell’ art. 13.5 ( obbligo delle demolizioni ), per sostituirlo con un articolo che propone l’introduzione di una moratoria che permetta di definire le condizioni necessarie per applicare una sanatoria sui casi passati. c) Che il concetto di “meritevole di protezione”riferito alle costruzioni da riattare sia ancorato a dei criteri oggettivi, definiti ed esplicitati sulla base  1) della pratica architettonica riconosciuta da esperti  del settore da un lato 2)  dell’esistenza di un  complesso di interessi ambientali ritenuti preponderanti . Questi criteri non devono quindi più essere lasciati alla soggettiva interpretazione di chi attribuisce i permessi.
In attesa di poter ristabilire le condizioni per una applicazione del diritto, il GC inviti il CdS in via eccezionale ad attribuire al DT la facoltà di ignorare il veto dell’ARE , rilasciando i permessi tuttora in sospeso, sollecitando nel contempo la conclusione dell’iter dei ricorsi presentati al TRAM da enti pubblici come da privati, allo scopo di avere poi  a disposizione un riassunto complessivo delle ragioni dei ricorsi, prima di decidere definitivamente sul PUC.
 
 

No alla demolizione dei rustici, No ai ricatti federali sul Ticino.

 Storie di ordinaria follia ? Vogliamo vedere le carte!

Mercoledì 12 ottobre  a Minusio  ( durante la conferenza organizzata da Montagnaviva su “ Pianificazione del territorio: rustici uno specchio per allodole ?”  la discussione  ha toccato direttamente un punto che sta a cuore a tutti noi : la necessità di opporsi agli ordini di demolizione delle costruzioni , la moratoria e la sanatoria. Abbiamo ascoltato dal sindaco di Intragna (Centovalli ) GiorgioPellanda la notizia che

a) Il responsabile del Dipartimento del Territorio ( DT ) Marco Borradori ha firmato in giugno un accordo con Berna che vincola il Cantone ad approvare l’ obbligatorietà delle demolizioni delle costruzioni “abusive” del passato.

b) il PUC  ( Piano di utilizzo cantonale ) che verrà sottoposto di nuovo al Legislativo cantonale  contiene questo obbligo

c) Questa decisione è stata presa dal solo DT e non è stata sottoposta al Consiglio di Stato.

Si tratta di una decisione gravissima, che testimonia come il DT , sotto la la responsabilità di Marco Borradori, ha deciso di mettere il Cantone nella necessità di sottostare a  tutte le imposizioni di Berna. Chiediamo che il documento sottoscritto con Berna sia reso pubblico!

BISOGNERÀ  MOBILITARE ANCORA L’OPINIONE PUBBLICA PER IMPEDIRE CHE QUESTO AVVENGA.

Riportiamo qui testo ed immagini che abbiamo presentato ieri sera a Minusio. Torneremo presto su questo argomento.

conferenza Minusio 12 10 11

 Programma della conferenza

Programma della conferenza :

http://www.cipra.org/it/alpmedia/manifestazioni/3608

Il programma: Programma_Escursioni_i[1]

La rivista della Cipra riporta una notizia che vi segnaliamo.l dibattito aperto altrove ( ma in Ticino sembra che nessuno se  ne sia accorto…) riguarda il come è possibile oggi, nell’attuale situazione di crisi economica generalizzata, progettare un uso intelligente e sociale delle risorse presenti nelle aree alpine.

http://www.cipra.org/it/alpmedia/notizie-it/4486

Il documentario di Falò del 15 settembre e la breve, brevissima, discussione che ne è seguita, hanno confermato ancora una volta che non si vuole andare a vedere PERCHÈ la storia di questa telenovela sui cosiddetti “rustici”  ha continuato negli ultimi 30 anni a veleggiare su un mare di ambiguità, senza che nessuna forza politica abbia messo  in discussione il tipo di rapporto  politico-istituzionale  che il Cantone Ticino mantiene all’interno della Confederazione. La Lega dei Ticinesi ha finora soltanto sfruttato a proprio favore questa ambiguità a livello propagandistico, e ora con il suo consigliere di stato Borradori, pensa di poter “chiudere”  questa storia, dopo aver accettato di subire tutte le scelte che l’Ufficio federale dell’ambiente  gli ha fatto accettare. Naturalmente presentandole come un  successo della sua diplomazia,  che  riesce a dipingere come “conquista”  le condizioni balzane che Berna ci ha posto, obbligando il governo a dimezzare il nostro territorio alpino “degno di protezione” con motivazioni che fanno a pugni con la realtà. Così assisteremo nei prossimi tempi al riprodursi di tutte quelle condizioni, pratiche e giuridiche, che ci hanno finora portato in un vicolo cieco.

Il 12 ottobre a Minusio  ( Aula Magna delle scuole medie , dalle ore 19.30 ) si terrà una conferenza in cui si cercherà di andare a fondo su questo ennesimo pasticcio, e di illustrare le ragioni concrete che richiederebbero ben altra risposta, con  progetti fattibili nell’interesse dell’intero  Cantone .Presenteremo le ragioni storiche che rendono urgente la revisione dei nostri rapporti giuridici con lo stato centrale, in particolare per la gestione del nostro territorio.

 Vi invitiamo a seguire il documentario di Falò ( TSI, La1 ) su questo link:

http://la1.rsi.ch/falo/

Segnaliamo che ieri si è tenuta una conferenza  Borradori / Sadis  ( Palazzo delle Orseline, lu  12.9. 2011, ore 11.00 ) per presentare il progetto idroelettrico in Val d’Ambra . Avendo partecipato a questa conferenza stampa, abbiamo capito perché   il PUC (Piano di Utilizzo Cantonale ) sia in effetti un coperchio buono per tante pentole. La tesi presentata per  Val d’Ambra, a giustificazione della “sostenibilità” del progetto, è che questo si inserirebbe benissimo nei principi del PUC. Tradotto dal politichese questo concetto significa : la protezione del paesaggio e la sua valorizzazione sono perfettamente  compatibili con la sua distruzione per scopi “economici“.  In altre parole: se  la realizzazione di obiettivi economici nel campo dell’energia viene definita  “sostenibile”, si giustifica un “cambiamento di destinazione” di un paesaggio protetto, in nome di più alti interessi.

Ci domandiamo :  se il  formale mancato rispetto di un articolo singolo  della Legge federale sulla pianificazione del territorio ( LPT ) ( v. il caso in val Pontirone ) ha  autorizzato il DT a negare determinati permessi di riattazione ( e questo è considerato un agire perfettamente legale ) ,  perché un cambiamento di destinazione così  macroscopico e palesemente in contrasto  con  il principio  della LPT  per la  protezione del paesaggio e dei suoi contenuti storici ( cascine, stalle, acque, sentieri, ecc. ), viene considerato perfettamente accettabile  , tale da “inserirsi bene nel PUC ”  ?  Da cosa proviene una così macroscopica indifferenza ai principi , ed una così  altrettanto spregiudicata pratica ( leggi cinismo ) nel decidere sulle scelte ?

Per rispondere a questa domanda bisognerà andare alla fonte dell’attuale situazione dei rapporti Cantone / Confederazione nella gestione del territorio, e guardare alla situazione in cui il DT , da troppi anni,  si trova, quando deve applicare la LPT, e cercare di capire perché questa è una storia “infinita” di escamotages, sotterfugi e quindi “abusi”, dove si è fatto di tutto per aggirare gli ostacoli “giuridici” , ma  nulla per trovare una soluzione politica al problema. La domanda vera è : perché tutto questo è stato finora considerato “normale”  dall’intero arco delle forze politiche ?

Interverremo in seguito a commento di  quanto ascoltato alla conferenza stampa citata. Oggi ci limitiamo a segnalare un intervento di Luca Vetterli per PRO NATURA che invita ad opporsi al progetto in Val d’Ambra.

Val dAmbra: un progetto che fa acqua da tutte le parti 

Pro Natura confida in una decisione parlamentare contraria    

In una breve nota diffusa ai media Pro Natura ribatte a caldo sul nuovo impianto in Val d’Ambra:  è un progetto che fa acqua da tutte le parti e che distrugge inutilmente una valle intatta . Da quanto riferito nella presentazione ai media, il Consiglio di Stato lo reputa compatibile con i vincoli di protezione della natura. Facile:  è il Consiglio di Stato stesso che nel maggio 2009  ha soppresso lo statuto di zona protetta di cui la valle fruiva in base al Piano direttore precedente. Altro argomento: l’ impianto sarebbe necessario per aumentare la produzione idroelettrica ticinese. Niente di più  sbagliato: il rapporto d’impatto ambientale dice l ‘ esatto contrario: secondo le previsioni, il consumo del nuovo impianto supera di 24 milioni di kWh la produzione (il corrispondente del fabbisogno di 6000 economie domestiche) perché  pompare richiede più energia di quella che si ricava turbinando la stessa acqua.

Più avanti ancora: si è rinunciato ad un paragone con il progetto alternativo della Verzasca perché la Verzasca SA non l’ ha chiesto. Sarà vero. Ma le acque appartengono al Cantone e quindi rientra nella responsabilità politica del Consiglio di Stato, continua Pro Natura, cercare soluzioni, possibilmente concordate con tutti i partner, quindi in questo caso oltre che con AET anche con la Verzasca SA, le associazioni per la protezione dell’ ambiente e quelle dei pescatori.

Pro Natura confida che questa opportunità  possa essere recuperata, in quanto alternative convincenti al progetto in Val d’ Ambra ci sono e sarebbero realizzabili più celermente che perdendo anni su un progetto solo perché  è altamente conflittuale.

                                                                                                                                                                

Ulteriori informazioni: Luca Vetterli, Pro Natura Ticino 091 835 57 67

www.pronatura.ch/ti

 

Visto il silenzio dei media sul tema, riportiamo il primo punto  del Comunicato no. 3  di Cascine e stalle .

  1. La richiesta di una moratoria  sul tema dei “rustici” significa per noi chiedere che il DT, prima di procedere ad eseguire eventuali ordini che provengono da Berna, per sanzionare casi passati che fossero ritenuti non conformi alla LPT , deve affrontare le ragioni persistenti di una diffusa situazione di illegalità nella riattazione di rustici e deve fare la sua parte di autocritica, non limitandosi ad attribuire ai proprietari la colpa di quanto è successo. Rileviamo che:

  • Se , come ha detto il Consiglio Federale nel 2007 , si erano verificate situazioni di illegalità da più di vent’anni nell’attribuzione di permessi di riattazione , la responsabilità è da cercare negli uffici del DT , e il Cantone non può politicamente ignorare il dato indicato dal CF.. Nessuna risposta  è stata data finora  ufficialmente a quel rilievo del Consiglio federale. Pubblicamente però si continua ad alimentare la lettura che la colpa sta solo a Berna.

  • Se si sono verificati  diversi casi di riattazioni fuori norma, che si scoprono solo oggi, non è più  possibile ignorare il fatto che il controllo del territorio da parte dei responsabili locali nei Comuni  o non esiste,  oppure  è  lasciato al caso , oppure ( peggio ) è alla mercè di un costume diffuso, secondo il quale vale la regola che  i responsabili degli Uffici tecnici  possono “vedere” solo quanto viene denunciato da singoli cittadini. È quanto abbiamo appurato a Biasca ( ma di certo esiste in tanti altri posti ) , dove la prassi   considerata “normale”:è quella secondo cui   là dove  non esiste denuncia privata del possibile abuso , non esiste l’abuso. Questa situazione si configura di fatto come un invito ufficiale alla delazione, ed è il sintomo di un imbarbarimento dello stato di diritto totalmente inaccettabile.

  •  Tutti sanno  che all’origine di tutte le difficoltà di applicazione delle regole per la riattazione di cascine e stalle, nel cambio di destinazione, vi sono una serie di articoli della LPT ( e della con seguente legge cantonale di applicazione ) che creano situazioni surreali e rendono difficile o impossibile una normale applicazione  di tali regole. Tutti gli  addetti ai lavori lo sanno. E tutti sanno che sono proprio queste difficoltà  ad aver portato a far crescere i casi disparità di trattamento e la prassi diffusa per cui  la gente, se può, preferisce evitare di seguire le vie legali e tende a trovare altre soluzioni. Ecco allora che, da parte del DT e del CdS , non aver mai posto chiaramente, con una presa di posizione politica di fronte al governo federale, la necessità di modificare la LPT ,  è stata una scelta  sbagliata. Scelta che però si deve  cercare di spiegare , individuandone  le  ragioni strutturali nel rapporto federale  Cantone / Confederazione , e quindi  nelle limitazioni dell’autonomia politica del Cantone per la gestione del territorio. Per  certo, oggi  non  possiamo più continuare ad  evocare ogni volta la mancanza di conoscenza della nostra storia da parte dei funzionari dell’ARE, anche se questo ha ed ha avuto   il suo peso. Ma lamentarsi senza essere propositivi continuerà ad alimentare  solo sentimenti di frustrazione .

TORMENTONE RUSTICI comunicato stampa Cascine e stalle

Dopo la presentazione delle firme per una petizione  sulla moratoria, Cascine e stalle si fa viva con un comunicato in cui ricorda che il termine assegnato al DT per rispondere nel merito dei ricorsi è stato posticipato al 31 gennaio 2012.

Appare necessario riprendere l’iniziativa sul tema.

Il progetto Econnect

Le Alpi sono senza dubbio una delle catene montuose più note al mondo. Oltre a essere ricca in termini di biodiversità, è anche altamente popolata. La creazione di aree protette è stato il mezzo con cui spesso è stata tutelata la conservazione dell’ambiente naturale. Tuttavia, un altro aspetto di vitale importanza nel processo di conservazione è la realizzazione di un sistema di interconnessione tra le diverse aree tale da permettere la migrazione delle specie lungo l’intero arco alpino. Il flusso genico attraverso le Alpi è di vitale importanza, soprattutto per alcune specie costrette a confrontarsi con trasformazioni ambientali causate dai cambiamenti climatici. Al fine di proteggere con successo la biodiversità alpina è necessario, quindi, un approccio coordinato e sovranazionale che sia conforme col quadro giuridico proposto dalla Convenzione Alpina.
Il progetto ECONNECT ha come obiettivo l’incremento della connettività ecologica nelle Alpi. Questo progetto mira a coinvolgere alcune organizzazioni internazionali legate alla Convenzione Alpina, istituti scientifici e istituzioni locali. Tutti questi enti hanno unito le loro forze non solo per dimostrare la necessità della connettività nel territorio alpino, ma anche per vagliare le migliori ipotesi per garantire un’azione coordinata di sviluppo di sistemi innovativi al fine di promuovere la connettività ecologica.
 
 

http://www.cipra.org/it/CIPRA/cipra-slovenia/convegno-annuale/convegno-annuale-2011

 

Guardate il servizio di Teleticino sulla nostra conferenza stampa di giovedì 25 maggio.

http://teleticino.ch/articolovideo.aspx?id=228059&rubrica=46150

Leggete il nostro Comunicato no. 3 distribuito ai media. Cercatene le tracce sui giornali di oggi.

Comunicato no. 3 di Cascine e stalle

 
Per dare inizio ad una discussione allargata sui possibili usi futuri delle aree alpine non edificabili. Alcune suggestioni per progetti possibili.
 

Nello Persico e Elio Rè , consiglieri comunali a Biasca per il PS, hanno inoltrato in data 4 maggio al Municipio di Biasca. La riportiamo integralmente  per un commento, anche perché  siamo certi che il loro dissenso rispetto a quanto abbiamo fatto e detto nasca, questo sì , da una loro  lettura molto “unilaterale” della nostra posizione , ma  anche che questa  sia comunque una buona occasione per un confronto pubblico, a Biasca e non solo, proprio per mettere in luce i termini reali del problema .

Cliccare due volte di seguito sull’immagine per leggere il testo ( la qualità bassa della riproduzione richiede un ingrandimento )

Cari amici Nello ed Elio,
ci complimentiamo con voi per  aver finalmente preso una posizione  pubblica  sul problema “rustici” nel Cantone Ticino ,  considerato che finora  non esisteva nessuna presa di posizione da parte del Partito socialista ticinese sull’intero Piano cantonale ( PUC-PEIP ) e su tutte le questioni connesse. Vi vogliamo però  far notare  che, dal 3. paragrafo del vostro  testo,  sembrerebbe di poter desumere che il problema secondo voi esiste per i cittadini di Biasca  “soprattutto ” perché la nostra Associazione ne ha parlato per prima , a vostro avviso, “in modo del tutto unilaterale” .  (  citiamo dalla vs. interpellanza : “A Biasca il problema è particolarmente sentito soprattutto per l’agire e per le posizioni assunte da parte di un gruppo di cittadini che si è costituito nell’ “Associazione Cascine e stalle ” , associazione dalla quale ci dissociamo avendo affrontato la tematica in modo del tutto unilaterale e coinvolgendo in maniera scorretta molti proprietari di rustici” ).
Vi chiediamo:
  1. Voi siete a conoscenza di che cosa è stato fatto con il Piano cantonale sul territorio fuori zona edificabile, e avete guardato quali ne sono i contenuti e quali le modalità  con cui  si sta procedendo da parte del DT per affrontare il problema , in particolare nel rapporto con Berna ? Oppure la vostra interpretazione del problema nasce solo da un dissenso ( più che legittimo ) di fronte alla nostra posizione sul caso in valle Pontirone ed avete reagito solo a seguito del polverone che è stato sollevato a seguito della pubblicazione di fotografie che documentano alcuni casi in val Pontirone di riattazioni presenti e passate ?
  2. Nella prima ipotesi , se siete informati sul tutto, siete disponibili a confrontarvi in un pubblico dibattito con quanto abbiamo documentato, sia sul nostro sito che in questo  Blog , e con quanti hanno sottoscritto la petizione per una moratoria ? Nella seconda ipotesi ( che ci sembrerebbe comunque incredibile da parte vostra …), siete certi di aver letto TUTTO quanto abbiamo scritto da alcuni mesi a questa parte , per poter tranquillamente attribuirci una posizione “unilaterale”  ?
  3. La prossima settimana saranno consegnate quasi 5000 firme di chi ha sottoscritto la petizione sulla moratoria e ci sarà una nostra conferenza stampa a Bellinzona dove si cercherà di sintetizzare a) i motivi della nostra opposizione all’ordine di demolizione in Val Pontirone b) le ragioni globali che, in prospettiva, giustificano l’esigenza di una moratoria sul tema “rustici” proprio per riuscire a dare una risposta non illusoria , pratica e giuridica, ad una persistente situazione di illegalità e di disparità di trattamento diffusa. Voi sollecitate una risposta del Municipio di Biasca per capire cosa intende fare per “regolarizzare” la situazione. Permetteteci di dubitare che il Municipio di Biasca sia in condizione di “regolarizzare” alcunché, sia perché la soluzione giuridica spetta al Cantone, sia perché i Comuni si trovano oggi con le mani legate quanto alle possibili soluzioni che il PUC permette di affrontare a livello comunale. Se , come  ha confermato  il sindaco Jean-François Dominé, il comune di Biasca ha fatto ricorso sul PUC, per quanto concerne il territorio del Comune, sarebbe auspicabile che vi fosse ( anche in prospettiva dell’aggregazione con Pollegio e Iragna ) una richiesta agli attuali Municipi coinvolti nell’operazione affinché operini fin d’ora per giungere ad una presa di posizione congiunta. Le prossime elezioni comunali sono alle porte e di certo il tema dell’uso del territorio non edificabile nel futuro nuovo comune non è di secondaria importanza. Il nostro auspicio è che anche i partiti politici siano chiamati a pronunciarsi . Il PS , di cui siete da tempo rappresentanti nel Legislativo biaschese, potrebbe dare per primo un esempio e voi potreste di certo favorire questo. Siete disponibili a proporre una assemblea del vostro partito con  all’ordine del giorno questo unico  tema ed a invitarci a partecipare come ospiti ?

Doc. correlati  al tema sul Blog  www.cascinestalle.wordpress.com  

e sul sito www.cascinestalle.ch ; e su www.futuroalpino.wordpress.ch

La posizione di ” Cascine e stalle”  https://cascinestalle.wordpress.com/28-2/  

Analisi degli effetti  del PUC in valle Pontirone  https://cascinestalle.wordpress.com/presa-di-posizione-contro-le-esclusioni-operate-dal-puc-in-valle-pontirone/

Una proposta per andare avanti  https://cascinestalle.wordpress.com/2011/04/06/il-nostro-intervento-a-olivone-una-proposta-per-iniziare/

 Per ricordare da dove cominciano i problemi https://cascinestalle.wordpress.com/2011/03/31/per-non-raccontare-fandonie-a-proposito-del-blocco-dei-rustici/

 Il ricorso al TRAM dell’Associazione Cascine e stalle http://www.cascinestalle.ch/doc/RicorsoPUC-PEIP.pdf

 

Prima del pomeriggio di studio a Olivone avevamo trasmesso all’on. Marco Borradori ( così come aveva fatto l’arch. Germano Mattei )un invito a voler venire a confrontarsi sul tema della pianificazione del territorio cantonale fuori zona edificabile e sul futuro dei cosiddetti “rustici”. Borradori aveva fatto sapere di non poter essere a Olivone quel giorno, ciò che era ipotizzabile visti gli impegni  durante l’ultima settimana della campagna elettorale. Riportiamo qui le considerazioni che  gli avevamo sottoposto. Siamo certi che su questi temi si dovrà forzatamente discutere, ed il nuovo governo sarà chiamato a pronunciarsi.

La tematica del federalismo e dei suoi limiti, rispetto alle politiche dei cantoni sul territorio, resta al centro di questi problemi. Segnaliamo che la  Conferenza nazionale sul federalismo ( v. www.foederalismus2011.ch  ) che si terrà a Mendrisio il 26 e 27 maggio dovrebbe  affrontare anche questi argomenti. Qui trovate i testi di presentazione della conferenza:  Programma_definitivo_terza_conferenza_federalismo[1]

All’ On. Marco Borradori, direttore del DT

( … ) Le vicende del PUC-PEIP e dei rapporti con la Confederazione , nell’ambito della pianificazione del territorio alpino e prealpino, hanno ampiamente dimostrato ( da  tempo  ) che il Cantone si trova in una situazione di impasse politico-amministrativa  nei confronti della Confederazione, non solo rispetto all’applicazione  pratica della LPT, ma proprio nel poter definire uno spazio proprio di governabilità ,  per la gestione autonoma del territorio non edificato e “ da proteggere” . Una impasse da cui non si potrà uscire senza affrontare domani il nodo cruciale della struttura giuridico-istituzionale del federalismo che regola i rapporti dei cantoni ( non solo del Ticino ) con la Confederazione. Se non si vorrà continuare ad attribuire soltanto alle mancanze della formazione culturale dei funzionari dell’ARE  la responsabilità di questa impasse  (  un classico escamotage  utilizzato  spesso a giustificazione della nostra impossibilità di far valere le “rivendicazioni ticinesi” sul  piano politico concreto ), bisognerà tentare di dare una risposta diversa al modo in cui gestiamo il rapporto con la Confederazione, non più solo a livello di slogan ideologici tipo “ no ai balivi di Berna” . Questo compito non potrà però essere affidato solo alla responsabilità ed alla capacità politica di un CdS, ma dovrà essere oggetto di una analisi ed una discussione diffusa sull’intero territorio, coinvolgendo direttamente i soggetti che usiamo chiamare “cittadini” . Un lavoro di lungo periodo che oggi  si presenta come urgente e non più rinviabile. La decisione di iniziarlo necessita di un soggetto politico in grado di assumerne la responsabilità. Ma quale dovrà  essere questo soggetto ?

Una delle motivazioni di fondo che sta alla base dell’iniziativa dell’arch. Germano  Mattei ( Montagna viva ndr )  è la constatazione dell’accresciuto divario socio-economico tra le regioni periferiche e le regioni urbane, e l’altrettanto evidente necessità di  trovare una risposta politica ed economica.  Fenomeno non certo nuovo, e di sicuro non esclusivo del nostro cantone. L’intero sviluppo socio-economico degli ultimi 50 anni a livello europeo ha prodotto questa tendenza diffusa, e la diversità delle  risposte politiche, pratiche , adottate nei diversi  Paesi  la si deve attribuire  alle scelte politico-amministative che  ogni Stato ha potuto adottare per attenuare gli effetti di questo fenomeno. Che il territorio “alpino” europeo abbia caratteristiche comuni su cui riflettere nel presente lo testimoniano  diverse iniziative nate negli ultimi anni  ( v. CIPRA, Iniziativa delle Alpi, ecc. ). Questo tema oggi è però più fortemente  influenzato dagli effetti  crescenti della globalizzazione, che gradualmente  sta  “espropriando “ i “poteri locali” ( intesi come capacità e potere  delle comunità regionali di mantenere la possibilità di controllo sul territorio e sulle scelte materiali necessarie per impedirne la marginalizzazione e l’impoverimento sociale ).   Il Cantone Ticino non fa eccezioni. Tuttavia ,  avrebbe dovuto essere   proprio l’esistenza da lunga data di un federalismo istituzionale sul territorio ticinese a   favorire  un dibattito ed un approfondimento di questo tema. Chiediamo : perché questo in realtà non è avvenuto ?  Perché il governo cantonale non è mai stato in grado di tematizzare questo problema e di affrontarlo con proposte pianificatorie concrete in grado di offrire soluzioni capaci di invertire la tendenza alla marginalizzazione delle aree “periferiche” ?   ( salvo che si voglia definire tali i principi generalissimi su cui abbiamo fondato il Piano Direttore ) ? E ancora: perché, di fronte alla decisione federale di sostituire la LIM con un’altra strategia di aiuti alle regioni periferiche, da noi abbiamo aspettato due anni  per  metterla in pratica ? Ma , soprattutto,  perché non vi è stato alcun invito a dibattere pubblicamente su questo tema  ? Perché , dopo due anni,  ci si è preoccupati solo di creare uno scheletro organizzativo  per gli Enti regionali di sviluppo, costruendo statuti  con regole che non prevedono il coinvolgimento dei cittadini attivi ?  E per quali motivi ci si è invece affrettati a cooptare all’interno degli ERS i soliti  notabili locali, riducendo poi la discussione essenziale a sapere quanti rappresentanti doveva avere ogni singola regione in questi organismi ? E ancora: quale sarà il limite reale di autonomia di questi Enti ?

Sappiamo tutti per esperienza quanto  poco in una campagna elettorale da noi ci preoccupi di far discutere realmente la cittadinanza sui problemi reali. La preoccupazione principale dei candidati al Parlamento rimane sovente quella della conta dei voti possibili a proprio favore, ed a questo fine spesso meglio vale una buona campagna pubblicitaria ( per costruire la “giusta immagine” )  di qualsiasi invito alla discussione. L’attuale campagna elettorale non sembra proprio faccia eccezione. Malgrado questo sono però convinto ( come Germano Mattei ) che utilizzare una campagna elettorale per porre un problema ai cittadini, dando inizio ad un lavoro di analisi e discussione attraverso incontri pubblici da continuare quando la campagna elettorale sarà finita, sia una delle poche occasioni istituzionali che ci restano per mantenere aperto il tema  di cui parliamo. Lei sarebbe disponibile in futuro a dar seguito concreto a questa discussione anche con confronti pubblici ed a proporre  finanziamenti concreti  a gruppi di studio per un approfondimento del tema ?

 

Diamo inizio da oggi alla pubblicazione / visualizzazione di alcuni dati finanziari che sono visibili nel sito del Cantone ( www.ti.ch ), relativi : 

1) alla ripartizione di entrate / uscite  fra i vari Dipartimenti dell’Amministrazione cantonale

2) alla ripartizione tra entrate e uscite nella costruzione, manutenzione e conservazione delle strade ( nazionali e cantonali ) nelle cifre del DIPARTIMENTO DEL TERRITORIO.

Abbiamo cercato di trovare in rete  un bilancio economico complessivo  dello Stato cantonale con il quale paragonare i vari settori di spesa. Ci siamo dovuti arrendere all’evidenza : così come le cifre sono esposte ( per dipartimenti e categorie di spese ), risulta praticamente impossibile riassumere un bilancio complessivo, che ci dica esattamente dove e quanto ha speso ed investito il Cantone, e soprattutto se dobbiamo parlare di anno economico  in attivo o passivo, come si dovrebbe poter fare per qualsiasi impresa commerciale.
 Per poter  fare  queste comparazioni bisogna ricomporre le cifre esposte, e questo richiede un lavoro complesso e lungo.
Il nostro obiettivo era individuare la ripartizione degli investimenti tra regioni urbane e regioni periferiche, nei diversi settori, proprio per poter valutare quanto , come e perché le regioni periferiche e di montagna siano concretamente svantaggiate, a causa di un uso squilibrato delle risorse pubbliche, oltre che per una serie di fattori oggettivi penalizzanti.
 
Questo lavoro sarà lungo, e molti dati indispensabili  per poterlo svolgere non sono in effetti  disponibili. Vedremo quindi  di chiedere man mano che determinate informazioni mancanti ci siano messe a disposizione. 
 
 Abbiamo  deciso di cominciare con una valutazione degli investimenti sulla rete viaria ( strade nazionali e cantonali ), cominciando dai dati numerici esposti nel Consuntivo 2010 del Cantone.
 
Tutti sappiamo che per le strade si spendono tanti soldi ma pochissimi sanno dove vengono spesi ( rispetto alle diverse regioni ) e soprattutto mal si conosce la ripartizione tra le spese per le strade nazionali ( finanziate dalla Confederazione ) e quelle cantonali.
La nostra domanda qui è : esiste la possibilità di investire diversamentei i soldi spesi, spostandone una parte su nuove infrastrutture nelle regioni di montagna e periferiche ?
 
La prima serie di dati la trovate qui. : 
 
 

Il pomeriggio di studio , organizzato da Montagna viva (arch.  Germano Mattei – vedi il programma nel post precedente), di domenica 3 aprile a Olivone , ha posto sul tappeto diverse problematiche relative alle aree periferiche , mettendo al centro l’attenzione alle possibili soluzioni a proposito dei cosiddetti “rustici”. La discussione è stata moderata da Antonio Pelli cui vanno i nostri ringraziamenti.

Da parte nostra abbiamo presentato la relazione che trovate qui nella sua forma integrale.

a) Introduzione  e premesse  Dati presentati alla conferenza di Olivone del 3 aprile 2011

b)     Testo dell’intervento a Olivone :  Quali temi dobbiamo affrontare in modo prioritario ?    Chi deve farlo ?

 

Riportiamo qui e segnaliamo nuovamente la risposta che il Consiglio federale aveva dato all’interpellanza Abate il 21.06.2007 a proposito del tema “rustici”.Lo facciamo per sfatare le bugie raccontate in  giro tese a far credere che il blocco dei permessi decretato da Berna a partire dal gennaio 2009 abbia ha che fare con la denuncia pubblica fatta dall’ Associazione Cascine e stalle a proposito dell’ordine di demolizione in valle Pontirone. 

 Se ne riparlerà domenica 3 aprile a Olivone ( vedi https://cascinestalle.wordpress.com/2011/03/29/una-giornata-di-studio-sul-tema-del-territorio-alpino-non-edificabile/ )

Vedi il testo dell’interpellanza Abate e la risposta del Consiglio Federale  in  http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20073447

oppure qui:

 

Nell’ambito della campagna informativa organizzata da “Montagna viva”  ( la lista per le elezioni cantonali ticinesi promossa dall’arch. Germano Mattei – vedi www.montagnaviva.ch  ), viene organizzata a Olivone una giornata di studio e discussione con il pubblico.

Qui trovate il volantino originale da scaricare e diffondere .

Olivone 3 aprile

 

La CIPRA ha diffuso il comunicato che trovate a questo link sui risultati della Conferenza delle Alpi.

 

Il PUC  (Piano di utilizzazione cantonale ) è passato inosservato ai cosiddetti politici, la politica attende solo che Berna dia l’ok per sbloccare i permessi per tornare a poter riattare “rustici” , il resto interessa veramente poco. Purtroppo “il resto” , cioè quanto è stato fatto per “pianificare”  quasi il 90% del territorio ticinese con il PUC, ha prodotto un vero capolavoro di assurdità logiche , dove la riflessione sui problemi reali è stata latitante, sostituita dagli slogan ideologici  che inneggiano alla protezione ambientale, alla valorizzazione dei resti  della civiltà contadina  ed all’uso “sostenibile”  del territorio .Proviamo a riassumere i fatti per capire che cosa è realmente accaduto.

Più dell’80% del territorio ticinese è rappresentato da aree considerate “non edificabili”, situate in zone alpine o prealpine, che vanno dai 200 ai 3000 metri di altitudine. Si trattava di sviluppare una riflessione sul che cosa vogliamo fare nel futuro di questo territorio, che tipo di iniziative sviluppare per valorizzarlo e per dare un contributo all’economia cantonale, in particolare in rapporto alla politica del turismo. Si trattava per questo di prendere in mano i principi pianificatori federali presenti in una legge vecchia di 30 anni, di rimetterli in discussione nella misura in cui hanno dimostrato di essere inadatti per rispondere alle necessità odierne di un’economia regionale come quella ticinese, di proporre una nuova visione e nuovi principi per un uso del territorio alpino che riguarda  da vicino tutti i cantoni alpini della Svizzera, cioè il 60% dell’intero territorio elvetico. In questo ambito, era un’ occasione storica concreta per affrontare ( su un tema specifico ) una revisione dei  principi del federalismo svizzero, dove le limitazioni alle autonomie dei Cantoni nell’uso del territorio e non solo si presentano sempre più come dei nodi cruciali che ostacolano o rendono impossibili  delle politiche regionali adattate alle specificità dei territori da governare.

Ebbene, niente di tutto ciò è accaduto. Abbiamo assistito invece ad una farsa della politica ufficiale in cui, dopo l’approvazione del PUC da parte del Parlamento ( con una totale assenza di discussione ), si è dato spazio alle litanie delle lamentele verso Berna ed alla retorica della protezione dei valori della civiltà contadina, con discorsi privi di contenuti concreti ma ricchi di voli  pindarici, in cui si è lasciato credere ai Ticinesi che in ballo ci fosse solo la sorte dei “rustici” delle “nostre” montagne. I media si sono distinti per un silenzio attivo, mancando qualsiasi attenzione all’analisi dei  temi che venivano messi in questione, e dando spazio unicamente alle proteste dei singoli che, tardivamente, si rendevano conto di quale “pasticcio pianificatorio” si stava realizzando a loro spese. Ed è così successo che alcuni parlamentari , dopo aver taciuto in Gran Consiglio ed approvato il PUC, si sono messi alla testa della rivolta dei proprietari di rustici contro il Piano cantonale, raccogliendo  firme per  far sottoscrivere un ricorso al TRAM ( Tribunale amministrativo ) , in modo da poter  continuare a beneficiare dell’appoggio elettorale  durante la prossime elezioni cantonali ( clamoroso in tal senso il caso della Val Bavona ).

Il risultato è stato una concreta  quanto intenzionale  disinformazione ai cittadini ( la stragrande maggioranza dei quali proprio non ha capito che cosa è stato fatto con la proposta di Piano cantonale), facendo  però passare a piene mani il messaggio che, ancora una volta, tutta la colpa va addossata ai funzionari bernesi, e lasciando credere che le autorità cantonali abbiano fatto tutto il possibile per difendere gli interessi ticinesi.  Non ci fosse stato il caso clamoroso dell’ordine di demolizione di una cascina in Val Pontirone, la nostra Televisione non si sarebbe accorta che esisteva un macroscopico  problema “del territorio” cui era necessario dedicare attenzione. Ma, per assurdo,  proprio l’aver dato spazio al caso della val Pontirone,  ha contribuito a spostare tutta l’attenzione pubblica su questo caso, oscurando in concreto i contenuti di quanto si stava preparando con il PUC. Con la conseguenza che molti cittadini ticinesi ancora oggi  sono indotti a pensare  che sia stata la denuncia di quel caso a provocare il blocco dei permessi a Berna, mentre invece era stata la presa di posizione  del Consiglio federale  del 2007  che denunciava le illegalità  del DT rispetto alla Legge federale sulla pianificazione del territorio a far decidere, all’inizio del 2009, di bloccare i permessi rilasciati dal Cantone.

Vediamo in concreto come è stata realizzata la “pianificazione”  del territorio. Il Dipartimento del Territorio, dopo il rifiuto dell’Ufficio federale dell’ARE di accettare la precedente proposta del 2006, per “andare incontro” alle richieste federali di un’ ulteriore riduzione delle aree da considerare degne di “protezione” ( entro le quali fosse ancora   possibile riattare dei rustici ), ha deciso di presentare un Piano  più “ridotto” di queste aree. E per farlo più in fretta  ha deciso di prendere una scorciatoia: invece di verificare regione per regione quali aree avrebbero potuto essere ridotte, ha pensato che bastasse far  tracciare  delle linee sulla carta topografica che delimitassero aree più piccole, in totale assenza di qualsiasi criterio che giustificasse tale scelta, ed ignorando ( scientemente o meno )  se  nelle aree che venivano escluse fossero state  in passato  messe in cantiere iniziative importanti  con investimenti  notevoli  proprio per valorizzare quanto rimane della cultura contadina ( nelle costruzioni e nei sentieri ). Si veda quale esempio la val Bavona.

Una prima conclusione. Si potrebbe pensare ad una clamorosa incompetenza dei funzionari del DT. Ma sarebbe una banalità che poco spiega. Si tratta invece di riflettere sulle ragioni strutturali che hanno portato la politica  a credere che si possa parlare di pianificazione di un territorio senza prima definire dei criteri che individuino degli obiettivi secondo i quali indirizzare una pianificazione. Ed è proprio ad una riflessione su questo che vorrei dedicare il prossimo intervento.

http://www.ilcambiamento.it/clima/british_columbia_scomparsa_ghiacciai_alpi.html

Segnaliamo la riflessione apparsa in un sito italiano che tratta problemi ambientali.

La nostra domanda : che fare di fronte al mutamento climatico ? Ignorarlo, sottovalutarlo, sopravvalutarlo oppure trovare delle risposte pratiche di fronte al cambiamento che tutti vedono ?

L’arch. Germano Mattei ha presentato una lista per le prossime elezioni cantonali  ( “Montagna viva” ) per avere la possibilità di porre e dibattere di fronte a tutto il Ticino un problema che sempre più si fa evidente e che sta a cuore a tutti noi: le regioni periferiche del Cantone Ticino ( regioni “di montagna” ) sono sempre più emarginate e vedono crescere il divario socio-economico rispetto alle aree urbane. La “città-Ticino” sta crescendo a scapito anche dell’economia regionale. Di fronte a questo trend  allarmante non ci sono risposte serie da parte del Cantone. 

( Si veda http://www.montagnaviva.ch/sito/Benvenuto.html ) e

Chiamare ad una riflessione sull’intera questione è quindi, per il futuro prossimo, una necessità urgente. Utilizzare una campagna elettorale per cominciare a farlo potrebbe essere una opportunità, malgrado tutti i rischi che questo comporta.Queste in sintesi sono le ragioni per cui riteniamo di poter  aderire all’idea di Mattei: mettere in movimento una riflessione sui temi coinvolti che parta dalle periferie, e che si ponga l’obiettivo di produrre delle iniziative concrete che coinvolgano l’intera economia cantonale.

Per fare tutto questo serve una mobilitazione delle menti e delle coscienze di chi abita nelle nostre “periferie” montane, al di là ed al di fuori ( e non necessariamente “contro”)  dei tradizionali schieramenti cosiddetti “partitici”.  Per parte nostra ci siamo: abbiamo dato inizio, partendo da un caso particolare , ad una riflessione ad ampio raggio che riguarda il cruciale tema della pianificazione del territorio “non edificabile”,  criticando l’impostazione data dal Dipartimento del Territorio al cosiddetto PUC ( Piano di utilizzo cantonale) all’interno del Piano direttore cantonale ( PD) . ( http://www.ti.ch/dt/dstm/sst/Temi/Puc/Peip/ )

 Abbiamo detto fin dall’inizio che non solo di “rustici” si trattava , ma di come il Ticino  sia in grado o meno  di proporre una nuova visione del territorio alpino e prealpino nel quadro del rapporto con la Confederazione, e rispetto alla Legge quadro federale sulla pianificazione del territorio.

Ora l’iniziativa dell’arch. Mattei apre un terreno di dibattito sul quale vogliamo cercare di esserci con alcune proposte concrete. Lo faremo nelle prossime settimane con alcune iniziative che segnaleremo qui e nei media.

Un interessante esempio di promozione turistica di una regione nel Giura .
Visitate questo sito!

Il TRAM , di fronte ai ricorsi che lo chiedono, dovrà forzatamente pronunciarsi anche sul principio che rende ragionevole e necessaria una moratoria su tutto l’insieme dei problemi sollevati dal PUC ( Piano di utilizzo cantonale).

Se non lo farà  rischia di diventare un Tribunale privo di autonomia di fronte al potere politico.

Perciò  continuate a firmare la petizione per la moratoria , e andate su

www.cascinestalle.ch   per farlo.

Attorno al tema vi sono poche analisi. Troviamo spesso le posizioni che ribadiscono l’împortanza dei “rustici” nell’ottica di una necessaria protezione delle testimonianze della cultura contadina , ma non abbiamo visto finora alcun  tentativo di lettura ed inquadramento di questa “specificità” del territorio ticinese in una ottica che ne possa rivalorizzare  la presenza oggi e per il futuro, sia culturalmente che economicamente, a favore della collettività. Spesso abbiamo molta ideologia e poche idee concrete.

Quale esempio di lettura tradizionale , vogliamo confrontarci con l’interpretazione che ne dà Cleto Ferrari, presidente dell’Unione contadini, in un intervento che egli ha fatto all’inizio del mese di novembre sul sito www.vallediblenio.ch. Riportiamo il testo integrale, che commenteremo nel prossimo post.

Per chi ha le radici nelle zone rurali parlare di rustici è un po’ come toccare le corde delle proprie origini. Per chi resta delle generazioni che hanno vissuto l’utilizzo agricolo, queste strutture sono piene di ricordi di una vita diversa, rappresentano tempi difficili ma anche valori morali e familiari; testimonianza e scontro con un mondo scomparso. Per le generazioni seguenti si offrono letture diverse. In una lettura positiva non possiamo che esprimere ammirazione per i valori e i sacrifici di nostri avi; Un esempio di convivenza e di gestione della natura unico, i nostri indiani d’America.
Cosa ne è stato fatto dei rustici è un’altra storia. In una società che in poco tempo ha conosciuto tanti cambiamenti ed è stata travolta da tanto benessere, poteva succedere. Ed è successo! Ne abbiamo fatto un’arlecchinata! Con un’unitarietà paesaggistica sorprendente dovuta all’utilizzo di materiali del posto, pietra e legna, bastava una sola eccezione, un diverso, per fare la frittata, il classico pugno nell’occhio. Le eccezioni sono state parecchie. Eh si, tanto belli, tanto delicati dal lato paesaggistico.
Questa eredità ce la trasciniamo da tempo e oggi siamo anche consapevoli del disastro consumato, grazie anche ad esempi molto positivi. Esempi che ci mostrano la differenza, come la Val Bavona, la Val Malvaglia e alcuni piccoli nuclei recuperati integralmente.
Questa lettura non è e non può essere quella dei nostri politici, in quanto tanti non fanno più parte di questa realtà e non hanno i mezzi per poterla sentire e forse sono ostaggi di un sistema economico e amministrativo imbarazzante. Questa lettura non può essere quella di Berna già solo per il fatto che si erge a mo di giudice supremo della situazione, anche per non essere stati capaci in passato a lavarci i panni sporchi in casa e abbiamo lasciato sbraitare troppo spesso l’espressione “malvezzo cantonticinese”..
In questo contesto l’ente pubblico ha finito col adottare strumenti legali che dirottano mezzi finanziari importanti per creare la figura del controllore dell’altro controllore, per fare allestire varianti di Piano Regolatore volte a definire logiche e naturali modalità di gestione, semplificabili in un paio di norme d’attuazione. Per fornire ulteriori garanzie a Berna e lasciare cambiare destinazione ai rustici si finirà anche col richiedere aperture che nemmeno la protezione animali tollera. All’esterno sarà ben difficile realizzare ancora un muretto a secco senza incappare in un qualche abuso edilizio. Il paradosso è che si vuole cambiare destinazione all’oggetto e nel contempo tramandarlo a livelli di museo.
È poco mirato allestire regole su regole per ricostruire un paesaggio che apparteneva all’artigianato passato. Sarebbe più efficace e logico promuovere il recupero di quel tipo di artigianato attraverso finanziamenti per tetti in piode e altri aspetti architettonici e paesaggistici rurali. Affidare un margine di manovra semplice e mirato a chi vuole recuperare un rustico anche per fare un’attività gestionale all’aperto, per contenere il bosco che intanto sta divorando tutto. Stiamo costruendo l’ennesimo, non a buon mercato, apparato amministrativo burocratico che al posto di incentivare un sano artigianato finisce col opprimerlo.
Non uccidiamo e non rendiamo elitarie quelle capacità artigianali presenti in ognuno di noi che, se accompagnate e aiutate da mani esperti, fanno bene alla salute di tutti. Un po’ ovunque nel Cantone stiamo riscoprendo la coltura dell’orto, facciamo rivivere anche la cultura semplice dei rustici.

La Regione di giovedì  18 novembre annuncia la prossima pubblicazione ( 2011 ) dell’ultimo libro di Giuseppe Brenna in collaborazione con Luigi Martini sugli alpi ed i percorsi della Val Bavona.

article51 La Regione Tolto il velo agli alpi della Bavona.

Per le pubblicazioni di Brenna si veda http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-brenna_giuseppe_.htm?redirectt=si

Una discussione sui rustici era stata avviata su Blenio Café  del sito  www.vallediblenio.ch

Vedi  http://www.vallediblenio.ch/vdbi_bleniocafe.php?ishow=1&topic_id=2739&order=desc

Sullo stesso sito segnaliamo la presenza di una Bibliografia in rete sulla Valle di Blenio:

http://bibliografia.vallediblenio.ch/index.php?ishow=5

La petizione per la moratoria sui “rustici” in tutto il Cantone Ticino ha superato  le 2200 firme.

LA SOTTOSCRIZIONE CONTINUA!!!

andate su www.cascinestalle.ch per firmare.

Come era prevedibile i ricorsi contro il PUC-PEIP sono stati numerosi. Riportiamo la pagina de La Regione di ieri 9.11.10 che ne fa un primo bilancio.

Rustici, 250 i ricorsi inoltrati al tram La Regione 9 11 10

La domanda che tutti dobbiamo ora porci è “che dobbiamo fare ora“?  Da una parte abbiamo l’urgenza di sbloccare la situazione dei permessi di riattazione, dall’altra la necessità di modificare in qualche modo le conseguenze  che il Piano, venisse approvato così come è stato presentato, creerebbe su tutto il  territorio alpino del Cantone. In mezzo l’atteggiamento dei funzionari dell’ARE che continueranno ad appellarsi ad una Legge federale  sulla pianificazione , che tuttavia da più parti si ammette che deve essere adeguata alle situazioni attuali e future.

Abbiamo a disposizione  il tempo che sarà necessario al TRAM per evadere i ricorsi, valutabile in 6 mesi / un anno , per fare un lavoro di informazione e di chiarificazione  al grande pubblico, che finora non è stato fatto, e per lanciare una proposta  pratica in grado di coinvolgere il più gran numero di soggetti, dal mondo del lavoro e dell’economia, ai protagonisti  della comunicazione,  a tutti gli enti ( pubblici e privati )  che coglieranno l’importanza di un movimento “dal basso”   per imporre domani all’attenzione nazionale un problema che finora é stato considerato solo di interesse “ticinese”  e quasi esclusivamente legato ai problemi “delle regioni di  montagna”. 

Abbiamo purtroppo davanti a noi in Ticino  5 mesi di campagna elettorale, dove l’interesse ad usare la demagogia ed a confondere le carte su questo tema la farà da protagonista. E già ne abbiamo avuto i primi esempi. Di questo bisognerà per forza parlare se si vuole cominciare a far scricchiolare  gli argomenti dei campioni della demagogia cantonticinese  e del vittimismo verso Berna, i quali in nome della “difesa delle nostre tradizioni” continuano a prendere per i fondelli il popolo ticinese. Sappiamo che non sarà facile, ma questo non ci preoccupa.  Più di “quelli che i bambèla  ed i balivi ” , dî cui conosciamo  obiettivi , metodi ed interessi privati , ci dobbiamo però preoccupare di coloro che, con discorsi aulici e pieni di pathos, continuano a raccontare ai ticinesi la favola della” bella e nobile e ricca tradizione di valori  della civiltà  contadina” , mentre  continuano a tacere sui diritti consuetudinari e collettivi di quella società  calpestati ed ignorati, sullo scempio del territorio  attorno ai laghi violentato senza regole per favorire speculazioni immobiliari mirate , sul furto dei diritti collettivi  sulle acque ad opera di uno Stato al servizio dei grandi interessi economici , e sull’utilizzo di un simulacro del modello di vita “agreste” dei nostri antenati contadini,  strumentalizzato  ad icona dei bisogni del borghese “ambientalista” che anela ad un ritorno “alla natura” con un “capitalismo sostenibile”.  La posta in palio quindi è alta, e non ci aspettiamo che le cose peggiori  ci arrivino dagli ordini di demolizione di un rustico da parte di una autorità politica che non è più in grado di essere tale, ma  soprattutto da coloro ( di qualsiasi colore vestiti ) che oggi gridano allo scandalo morale per raccogliere consensi, e nascondere le responsabilità  sulla disinformazione ai cittadini sui termini reali del problema, preferendo il gioco delle tre carte all’informazione sui fatti.

Diamo avvio da oggi ad un programma di lavoro ambizioso, che ha per obiettivo ultimo  quello di proporre un cambiamento  nella Legge federale sulla pianificazione del territorio., e di sviluppare una proposta attorno ad un tema particolare che  riguarda la valorizzazione del territorio alpino. Si tratta per noi di impostare una ricerca per riuscire a dare risposte concrete , non ideologiche, ad alcune domande di attualità:

1)  In quale senso preciso le infrastrutture del territorio umanizzato nelle Alpi ticinesi , che abbiamo ereditato dalla civiltà contadina ( dal Medioevo fino alla prima metà del Novecento ), si potrebbero ancora valorizzare diversamente ( rispetto al recente passato ), inserendole e rinnovandole, all’interno di  un  progetto  di sviluppo complessivo  di questo stesso spazio alpino, quale risposta  ai mutamenti ambientali, climatici , economici e nei sistemi di comunicazione che si sono verificati negli ultimi 40 – 50  anni ?

2)  In che modo è possibile uscire da una interpretazione  diffusa di tipo “nostalgico”  e “celebrativo” rispetto ai “valori” tramandatici dalla società contadina ( in ambito sociale e dei modi di vita  , nell’uso del territorio e  delle sue possiblità offerte  per i mezzi  di sussistenza  delle comunità, nelle tipologie di  edificazione  e dei sistemi di comunicazione, ecc.   ) ? Lettura che ha costituto l’humus comune di  buona parte delle “rivisitazioni”  di tipo storico per es. dell’Ottocento , prodotte dal lavoro storiografico in questo campo  e dalla pubblicistica  in Ticino ( a partire dagli anni Sessanta/Settanta ) , e che hanno portato a prestare attenzione  soprattutto alle caratteristiche della “civiltà materiale” dell’agricoltura  e dell’allevamento nell’ economia di sussistenza delle  valli sudalpine, ma nel contempo ad ignorare o sminuire  l’importanza di strutture giuridiche e comunitarie che facevano capo ad un diritto “consuetudinario”  nell’utilizzo del territorio, diritto di fatto ignorato nella pratica politico- istituzionale dello Stato ,  e  relegato  ad oggetto  di indagine  nelle microstorie regionali  per gli addetti ai lavori.  Problematica  quanto mai complessa, e complicata dal fatto che il Cantone  Ticino sconta  da sempre, nell’ambito della Confederazione, una situazione di marginalità strutturale proprio sul piano politico oltre che su quello economico.

3) In quale misura la persistenza ( a livello ideologico )  di una serie di “campanilismi” locali o regionali ( visibili in campi diversi )  ha favorito una sorta di ripiegamento di ogni regione “di montagna” sulla difesa delle proprie , specifiche,  tradizioni  locali ereditate dalla società contadina ( pur dando luogo talvolta ad iniziative lodevoli sul piano degli obiettivi  e delle realizzazioni ), che ha però prodotto   una quasi  totale impossibilità ( o incapacità ) di iniziative comuni tra tutte le regioni del Cantone ? Proprio le vicissitudini di questi ultimi mesi attorno alla valutazione del Piano di utilizzazione cantonale (PUC) ed alle sue concrete ricadute sulle prospettive future per l’uso del territorio alpino, ci sembra siano la testimonianza di questa situazione di impotenza. Può meravigliare il fatto che, mentre il PUC veniva votato a stragrande maggioranza dal Parlamento , con il consenso apparente di tutti i partiti maggiori, a livello locale  ( di Comuni, Patriziati o associazioni ) ci si accorge tardivamente delle conseguenze di questo tipo di pianificazione proposta , e ci si ritrova a poter usare soltanto lo strumento del ricorso al Tribunale amministrativo, e ( fatto ancor più contradditorio )  proprio in quelle regioni che in passato più avevano visto nascere iniziative per la valorizzazione del patrimonio della civiltà contadina, con evidenti ricadute positive su di un turismo “intelligente” ( valga per tutti l’esempio della valle Bavona ). La domanda ne  implica per contro anche un’altra: come mai le strutture istituzionali del Turismo ( Ente turistico cantonale e le  rispettive organizzazioni regionali  ) non hanno prodotto alcun contributo critico su un piano come il PUC ?  Forse perché sono composte da persone lontane dai problemi concreti  di questo Paese e, nel caso del PUC, si ritrovano a non avere la conoscenza della storia reale del territorio  dello spazio alpino del Cantone ? O forse perché i finanziamenti  pubblici che ricevono dallo Stato non sono vincolati ad un obbligo di approfondire la conoscenza del territorio ?

La pubblicazione di documenti  e di contributi critici su questi temi sarà segnalata su questo Blog, ma  sarà fatta anche su un altro spazio  online di prossima creazione.  La ricerca e la discussione di base su questo progetto  sarà affidata ad un gruppo di persone attive in campi diversi.

Il Comune delle Centovalli , nel suo ricorso contro il PUC, entra nel merito dei criteri dell’edilizia applicati nelle concessioni dei permessi, con osservazioni pertinenti. Osserviamo tuttavia che gli argomenti addotti si scontrano non  tanto con la regolamentazione proposta dal PUC ma essenzialmente con la Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT ). Senza una modifica di questa Legge federale sarà impossibile  modificare l’impostazione delle regole base, che richiedono un adeguamento alle vecchie tipologie di stalle e cascine.

Dall’articolo de La Regione di oggi, non si capisce se il ricorso mette in questione anche i criteri con cui sono stati stabilite le nuove delimitazioni delle aree “protette”, che é invece purtroppo il punto cruciale dell’intero Piano cantonale.

Vedi  l’articolo de La Regione         article40 Centovalli contro PUC

Riportiamo  il servizio apparso oggi sul GdP a proposito del ricorso in valle Bavona, che fa discutere proprio per la situazione particolare di questa regione alpina.Vedi su http://www.gdp.ch/articolo.php?id=1831

Cronaca
Vallemaggia
La Bavona insorge a difesa dei rustici
No alle norme calate dall’alto
di Maurizio Valsesia
 
La comunità dell’alta Vallemaggia dissotterra l’ascia di guerra a tutela di quel patrimonio storico-culturale che sono i rustici della Valle Bavona. Ben 534 cittadini valmaggesi hanno inoltrato al Tribunale cantonale amministrativo un ricorso collettivo contro il Piano di utilizzazione dei paesaggi con edifici e impianti protetti (PUC-PEIP). Con un livello di partecipazione diverso da zona a zona, le nuove norme sono osteggiate dai proprietari di rustici anche in altre regioni del Ticino. Ma qui nella valle decantata da Plinio Martini, l’opposizione formale è mossa anche da un sentimento popolare di protesta verso norme calate dall’alto, come ci spiega il granconsigliere del PPD Fiorenzo Dadò, che insieme a Remo Flocchini ed Elio Inselmini rappresenta i 534 firmatari del ricorso: «Questo atto legittimo è pure un’espressione di chiara indignazione civile per quella che viene vissuta come un’offesa non tollerabile. I rustici sono parte irrinunciabile della memoria popolare». L’opposizione dunque va oltre il puro interesse personale. E si fonda sul dato oggettivo che la Bavona è già tutelata essendo inserita nell’inventario dei paesaggi, siti, monumenti naturali d’importanza nazionale. Si legge nel ricorso: «Il comprensorio montano della Valle Bavona (e i manufatti), inusuale nel resto del Cantone, per tutta una serie di motivi storici, non è in prevalenza di proprietà dell’ente pubblico (il cui margine di manovra, essendo appunto di interesse pubblico, potrebbe perlomeno beneficiare di deroghe), ma, ad eccezione del patriziato Bignasco che detiene una porzione di territorio considerevole, gran parte è di proprietà di privati. Territorio di scarso o nullo valore venale, ma di notevole significato affettivo e altresì storico/antropico, tramandato dalle passate generazioni. Caseggiati, maggenghi, splüi (405 costruzioni sottoroccia disseminate ovunque) e sentieri, mirabilmente conservati (ndr. si cita la Fondazione Bavona). L’opera di conservazione e valorizzazione perpetrata da anni con sensibilità e sacrificio da ente pubblico e cittadini è stata più volte indicata quale esempio (e sostenuta), sia dal Cantone, dalla Confederazione e da altri autorevoli Enti». Si teme di non poter più sistemare i vecchi edifici.
Mal si comprende la limitazione del paesaggio protetto che verrebbe imposta, nonché l’abrogazione, tra 5 anni, di norme di Pr dimostratesi funzionali. Considerare la Bavona al pari di territori meno specifici significherebbe, si legge sempre nel ricorso, «favorire anzi quasi sollecitarne l’abbandono e la scomparsa di tutto quanto fin qui promosso, valorizzato e anche sostenuto attraverso importanti mezzi finanziari del contribuente». La parola passa al Tram.
05.11.2010
Per le caratteristiche di quest’area vedi anche il sito 
oltre a quello della Fondazione Valle Bavona , già segnalato , http://www.bavona.ch/
 
 
 

Rileggere, oggi,  Plinio Martini .  

Per ricordare Martini non solo come letterato ma soprattutto come persona e cittadino  attento ai problemi  della sua Valle, richiamiamo il testo curato da Ilario Domenighetti e pubblicato dall’editore Dadò Nessuno ha pregato per noi , Locarno , 1999. Dal sito http://www.bavona.ch/ riportiamo questa citazione dagli scritti di Martini:

Forse il turista che si ferma ad ammirare le terre bavonesi, resta colpito soprattutto dal colore delle case, le cui mura ospitano volentieri il verde musco, l’asplenio e il capelvenere, quando non sono cespi di fiori gentili: fatto insolito e gradito a chi viene dalle città, di cemento e d’asfalto. E, certo, i villaggi bavonesi, nati e cresciuti senza metro e senza disegno, nel modo più spontaneo, s’inseriscono con grazia perfetta nel paesaggio che li circonda: non soltanto per il loro colore, che ripete quello delle rocce circostanti, ma anche per la forma, perché le case si aggruppano e si dividono secondo le gobbe e gli avvallamenti del terreno, secondo il vento e il sole, cercando di evitare il pericolo sovrastante delle frane e dei torrenti che con poche ore di pioggia si trasformano in fiumi impetuosi; invece che affrontare le asperità ambientali, cercano di evitarle o di sfruttarle con la legge del minimo sforzo, e così il masso preesistente diventa cantonata, la grotta naturale è subito trasformata in legnaia o cantina. È una lezione d’umiltà.
Ma l’architettura di Val Bavona è prima di tutto l’espressione di una civiltà rude, e tuttavia gentile, nata in condizioni ambientali durissime, dove la fatica di vivere era al limite della sopportazione umana” (p. 250).
 
Per ricordare la statura morale di Martini e la sua coerenza intellettuale  è utile oggi rileggere anche la durissima risposta (  in una lettera del 1976 ) all’allora  parroco di Moghegno  don Mino Grampa, oggi vescovo di Lugano,  a seguito di quanto da lui detto durante il discorso  al funerale del padre dello scrittore, a proposito del suo “abbandono” del cattolicesimo.  Una lettera che ci dà la misura dell’onestà intellettuale  e della coerenza di Martini, confrontato con l’ipocrisia di una mentalità allora ancora molto radicata nel suo paese. 
  Visibile su http://www.rodoni.ch/TESTI-PER-PORTALE/plinio-martini.html 
 
Per le opere di  Plinio Martini seguire  questi links:  http://www.buchstart.ch/de/autoren/Martini_Plinio/376.html
e
http://www.culturactif.ch/alaune/martini.htm
e
http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I10187.php


 

 

Mentre cominciano ad arrivare notizie sul numero dei ricorsi inoltrati al TRAM sul PUC-PEIP , ier il  Vescovo di Lugano don Grampa , con un suo intervento sul GdP , riesce a spiazzare il PPD ( che aveva definito buono il Piano cantonale ).  Nell’articolo in prima pagina ( Rustici, memoria di un popolo ) , dopo aver ricordato l’importanza delle costruzioni rurali intimamente connesse  con la storia del Cantone Ticino, così conclude il suo “appello”:

“Non con l’abbandono, l’ignavia, le programmazioni a tavolino, tracciando linee di matita su un foglio di carta, si possono risolvere problemi di esistenza e di storia”.

Critica che appare diretta contro i criteri adottati per escludere una serie di rustici e di aree dal diritto di essere riattati in futuro. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire !  Possiamo  però sperare che alle parole  seguano dei fatti ?  A noi resta il dubbio che tanto fervore  morale e amore per la storia contadina   sia messo in campo  per una …promozione elettorale di un novello CL   che mira al CdS . Come diceva  uno che di queste cose se ne intende ,  a pensar male talvolta si indovina.

Segnaliamo intanto alcune notizie relative ai ricorsi inoltrati, con particolare rilievo per quelli dalla Val Bavona, dove hanno firmato un ricorso ben  534 persone.

Si veda 

http://www.cdt.ch/ticino-e-regioni/cronaca/33804/dalla-bavona-ricorso-con-534-firme.html

e

http://www.gdp.ch/articolo.php?id=1823

Un grazie a Fredy Conrad

per questa magnifica immagine dai Monti di Malvaglia!

….ma quale informazione fanno i media sui termini reali del problema ?

L’Ufficio federale ARE chiede il rispetto di una legge federale…

…che invece i Ticinesi devono  chiedere di cambiare !

Perché i media non provano a spiegare perché, visto che se ne parla da 30 anni ?

vedi:
e la stampa online:

La neocostituita Associazione Cascine e stalle  ha inoltrato il 2 novembre il testo del ricorso che riportiamo qui per esteso, con l’allegato A che descrive l’indagine effettuata dal socio Moritz Vögeli sui Monti di Biasca e in Valle Pontirone.

Ricordiamo a tutti che oggi, 3 novembre 2010, alle 18.00,  scade il termine per la presentazione dei ricorsi al TRAM.

Ricorso contro il PUC-PEIP (4)

allegato A_ ricorso (1)

Lo spazio dell'Alpe di Cava escluso dalle zone protette

Cliccate due volte sull’îmmagine per ingrandirla e vedere i dettagli dello spazio di Cava

Annunciamo anche che la petizione per la moratoria sui “rustici” in tutto il Cantone Ticino ha superato da  diversi giorni le 2000 firme.

LA SOTTOSCRIZIONE CONTINUA!!!

andate su www.cascinestalle.ch per firmare.

Ecco perché il PUC non è accettabile.

Nel tentativo di capire quali criteri siano stati usati  nel PUC  ( Piano di utilizzazione cantonale ) per delimitare le “zone protette” , ed analizzando il caso di Biasca, abbiamo “scoperto” che una parte importante della rete esistente dei sentieri nella regione alpina sono stati esclusi dalle aree degne di protezione. Secondo quale ragionamento ? Per capire quale enorme contraddizione questo comporti , basta confrontare le mappe in cui ( oggi ) sono rappresentati i sentieri  catalogati come sentieri escursionistici ( vedi il sito di Associazione Ticinese per i Sentieri Escursionistici (ATSE) www.atse.ch  , e il sito www.ti-sentieri.ch ) , con la rete dei vecchi sentieri esistenti  ( visibili sulle carte topografiche 1:25’000 ) , rispetto alle zone delimitate come “protette” operata dal PUC. Lo facciamo qui mettendo a confronto alcune mappe settoriali , cominciando da quella che meglio conosciamo, il territorio del comune di Biasca.

Questa è l’immagine da satellite della area di tutti i monti e alpi di Biasca , dai 350 m.sm ai 2100 m. circa .

 

Con un doppio clic  sull’immagine  qui sotto aprite invece  la mappa delle zone protette o escluse dalla “protezione” , nel comune di Biasca. Quando l’avete aperta guardate sulla carta i sentieri  ( linee tratteggiate ) che partono dall’abitato di Biasca in direzione dei monti, e vedete che nella prima parte ( fino ad un determinata quota ) non sono inclusi nell’ area protetta. Dopo di che, vedete  questi stessi sentieri, ad alta quota, che  continuano ma sono fuori dalle aree protette. Quale è il senso di tutto questo ? Quale logica “di protezione” è stata usata ? Lungo questi sentieri sono situati tutti gli edifici esistenti , riattati o meno. Perché invece non usare il riferimento ai sentieri proprio per definire le zone ” meritevoli di protezione”  e quindi anche gli edifici ?

Cliccando qui aprite invece la mappa dei sentieri ufficialmente considerati “escursionistici” finora sul territorio di Biasca .  ( in rosso il tracciato dei sentieri ).

Come si vede partono dal fondo valle per raggiungere le più alte quote, dove sono situate anche le capanne dell’ UTOE.

cascina del Mött a ca. 2020 m.s.m., sul sentiero Foroglio – Val Calnegia – Laghi della Crosa  ( foto inviataci dall’arch. Mattei )

Riceviamo dall’arch. Germano Mattei una lettera importante. La pubblichiamo integralmente ad informazione dei nostri lettori.

lettera da arch. Germano Mattei

Chi è l’architetto Germano Mattei

La Fondazione Valle Bavona, un grande  esempio di iniziativa regionale  : il sito web , con alcune stupende immagini di documenti della civiltà contadina.

Segnaliamo che abbiamo indirizzato ieri una lettera al Municipio di Biasca, all’Ufficio tecnico comunale, all’Ente turistico Biasca e Riviera, alla Regione Tre Valli, al Patriziato di Biasca,

con copia a tutti i Patriziati del Cantone ed al consiglio dell’Alleanza patriziale svizzera.

La stessa lettera è stata trasmessa oggi a tutti gli Enti turistici regionali del Cantone Ticino.

Trovate il testo  Lettera al Comune e al Patriziato di Biasca, all’Ente turistico ed alla Regione Tre Valli

... sperém ca fiochi ...insci tütt l'è bianch in Val Pontron...

foto da  www.alpi-ticinesi.ch

—> Concorso di idee per i lettori del nostro Blog 

CLICCATE  su  Troviamo lo sponsor con la nostra creatività …
 
LA VIGNETTA DI BONEFF CHE  IMMAGINA UNA COMUNIONE DI VEDUTE TRA CANTONE,  PATRIZIATO E COMUNI
CHE AVEVAMO COMMENTATO CON QUESTE PAROLE : “Se  le cose andassero così … il Cantone Ticino sarebbe …”

è stata abolita su richiesta dell’ ALPA ( Alleanza patriziale ticinese ) in data 17 febbr. 2014 , perché il suo uso da parte nostra costituirebbe una infrazione al diritto di privativa ( la vignetta è stata pagata dall’ ALPA ). Ringraziamo l’ALPA per la lungimiranza della sua richiesta  e ci scusiamo per la nostra ignoranza …Al peggio non c’é mai fine.  ( ndr. )

 

un paese normale …

Giù al Nord …

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